di Barbara Acquaviti

Roma, 8 giu. (askanews) – C’è un primo obiettivo, dichiarato più e più volte. E ce n’è un secondo, coltivato da mesi ma pubblicamente sempre negato. In base a quale traguardo sarà raggiunto – se sarà raggiunto – sarà possibile valutare l’esito di queste elezioni Europee per Forza Italia e, in particolare, per Antonio Tajani. E non soltanto per la sua decisione di candidarsi come capolista in quattro circoscrizioni su cinque, scelta che inevitabilmente lo rende un partecipante di diritto al grande gioco delle preferenze (al quale ha invece scelto di sottrarsi Matteo Salvini).

Ma sopratutto perché è stato proprio lui, mentre gli altri tendono scaramanticamente ad abbassarla, a fissare per il partito una asticella alquanto ambiziosa: il 10%. E lo ha fatto in tempi non sospetti: ottobre del 2023, a Paestum si celebra il Berlusconi day, la prima di molte manifestazioni a metà tra il ricordo del fondatore scomparso dopo 30 anni di monarchia assoluta e il tentativo di guardare avanti. In quella fase, a meno di quattro mesi dalla morte del Cavaliere, Forza Italia sembrava nettamente più vicina a scomparire che a sopravvivere, decisamente lontana da un risultato a doppia cifra come quello fissato dal ministro degli Esteri nel suo intervento dal palco. Sarebbe un risultato superiore sia alle precedenti Europee, in cui Forza Italia prese l’8,8%, sia rispetto alle Politiche (8,3%).

Nel frattempo, Antonio Tajani è stato eletto ufficialmente come segretario e ha creato una linea di comando che, dai capigruppo in giù, è a sua immagine e somiglianza. Il dissenso interno è stato sopito e la tregua al momento regge. D’altra parte, è più facile dirsi ‘volemose bene’ quando la ruota della fortuna gira a favore.

Insomma, da quel giorno di giugno dello scorso anno in cui ha assunto la reggenza, Antonio Tajani ha già vinto la sua prima scommessa. Le Europee hanno smesso di essere lo spartiacque tra la vita e la morte del partito e sono diventate addirittura l’occasione per sperare di raggiungere quel famoso secondo obiettivo, ossia il sorpasso sulla Lega di Matteo Salvini.

Non è detto che il colpaccio riesca, ma piccoli segnali qui e lì hanno dimostrato che ipotizzarlo non è nemmeno lunare. In particolare, le tre elezioni regionali che si sono tenute in Sardegna, Abruzzo e Basilicata in cui il partito azzurro ha sempre ottenuto consensi superiori a quelli dei leghisti.

Tajani ha costantemente negato che ci fosse una competizione interna alla coalizione e anzi ha ripetuto a più riprese che l’obiettivo era raggranellare voti nella vasta area “tra Meloni e Schlein”. Ma la sfida è nei fatti, come dimostra anche l’arruolamento di ex leghisti nelle file azzurre (come Cota o Reguzzoni) per non dire dei consiglieri sottratti, per esempio, in Regione Lazio. Lo stesso vale per la narrazione, che all’avvicinarsi della scadenza elettorale si è trasformata in un continuo controcanto tra i due vice premier. Salvini dice che ci vuole meno Europa, Tajani sottolinea l’europeismo e l’atlantismo di Forza Italia. Il leader della Lega critica le parole del Quirinale in occasione del 2 giugno, e il ministro degli Esteri gli offre pubblica solidarietà. Matteo si affida all’estermista Vannacci, Antonio sceglie come slogan “Una forza rassicurante”. Il Carroccio può sbandierare l’Autonomia, e gli azzurri ottengono in extremis il varo in Consiglio dei ministri della tanto cara separazione delle carriere.

Ma c’è soprattutto la distanza rimarcata tra le due famiglie politiche europee di riferimento. L’appartenenza di Forza Italia al Partito popolare è uno dei pezruolo di affettuosa sorveglianza. Almeno per ora.