L’economista del lavoro Gogliettino analizza la recente delega al Governo: La dignità del lavoro è un principio costituzionale, la soluzione deve essere efficace
Gian Piero Gogliettino, economista del lavoro e cultore della materia in diritto del lavoro presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, interviene nel dibattito acceso sulla delega al Governo in materia di salario minimo e contrattazione collettiva, approvata di recente dal Parlamento. Prima di entrare nel merito tecnico, Gogliettino invita a guardare alle ragioni sociali ed economiche profonde che rendono necessario un intervento normativo.
Perché il tema del salario minimo è così centrale oggi in Italia?
«Perché si inserisce in un contesto di forte contrazione del potere d’acquisto degli stipendi, che genera lavoro povero e rende difficile l’incontro tra domanda e offerta. Inoltre, assistiamo al dilagare di fenomeni gravi come lo sfruttamento nelle filiere degli appalti, il dumping contrattuale e il lavoro nero o irregolare. Tutti elementi che danneggiano i lavoratori e la concorrenza leale. In uno Stato liberale e riformista, quando la libertà individuale e la sicurezza economica sono compromesse, è doveroso intervenire. Qui entrano in gioco due principi costituzionali fondamentali: la dignità del lavoro e la certezza del diritto».
In che senso la dignità del lavoro è un tema giuridico oltre che economico?
«Perché la dignità non è solo una questione morale: è la condizione attraverso cui il cittadino realizza la propria libertà, cresce professionalmente e trova il suo posto nella comunità. Norme che garantiscono una retribuzione giusta e proporzionata rappresentano un indice positivo di un ordinamento orientato alla giustizia sociale. Proteggono la persona e la sua famiglia e rafforzano la coesione sociale».
Nel dibattito parlamentare si sono contrapposte due visioni. Come le valuta?
«Il centro-sinistra puntava su un salario minimo fissato per legge, mentre il centro-destra ha valorizzato la contrattazione collettiva, rinviando ai trattamenti economici minimi stabiliti dagli accordi di settore. Personalmente considero la prima ipotesi poco condivisibile: è un intervento statale troppo invasivo nelle dinamiche economiche e sindacali, con possibili profili di incostituzionalità.
La seconda soluzione, oggi tradotta nella legge delega, è più coerente con un approccio liberale: rafforza il ruolo dei sindacati come “autorità salariale” e valorizza i corpi intermedi, che sono i soggetti più adatti a definire retribuzioni calibrate per settore e livello professionale».
Questa delega risolve davvero il problema del lavoro povero?
«No. Come dice il titolo di una celebre commedia, “molto rumore per nulla”. Il rinvio in bianco alla contrattazione collettiva non risolve il tema del salario minimo certo, lasciando il trattamento contrattuale come semplice parametro esterno.
Se poi si interpretasse la delega nel senso di rendere inderogabile il minimo contrattuale, si aprirebbero seri problemi di costituzionalità. In ogni caso, la magistratura potrà continuare a sindacare la congruità delle retribuzioni, con possibili disomogeneità e incertezze per imprese e lavoratori».
Quali misure ritiene davvero efficaci contro il lavoro povero?
«Il salario minimo è necessario ma non sufficiente. Bisogna agire anche su altri fronti:
Sul versante dei lavoratori, riducendo il cuneo fiscale. In Italia il prelievo sul lavoro, soprattutto per il ceto medio, è tra i più alti d’Europa. Positiva, in tal senso, è la volontà del Governo di detassare aumenti contrattuali e tredicesima, e ridurre le imposte su straordinari e redditi medio-bassi.
Sul versante delle imprese, servono investimenti pubblici in infrastrutture, innovazione e ricerca, minore pressione fiscale e massima semplificazione burocratica.
Solo con riforme strutturali e coerenti lo Stato potrà davvero essere “al servizio del cittadino” e affrontare il problema alla radice».
re.ec.

