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“Non se ne può più”: Bartezzaghi esamina i tormentoni linguistici

Dal 'cioè' degli anni Settanta allattimino degli Ottanta sino ai più recenti 'piuttosto che' e 'quant'altrò, senza dimenticare il molto cafone 'non me ne puo' fregare di meno'; dalle frasi che si leggono sulle magliette ai più logori stereotipi della chiacchiera politica, la scienza 'tormentologica' che qui viene evocata, se non fondata, non intende esorcizzare, censurare o addirittura cancellare i tormentoni, ma solo convincerci della necessità di non lasciarci ipnotizzare dalla loro seduzione. Il nuovo saggio di Stefano Bartezzaghi 'Non se ne puo' più" è un dizionario di abusi e luoghi comuni.

Dal ‘cioè’ degli anni Settanta allattimino degli Ottanta sino ai più recenti ‘piuttosto che’ e ‘quant’altrò, senza dimenticare il molto cafone ‘non me ne puo’ fregare di meno’; dalle frasi che si leggono sulle magliette ai più logori stereotipi della chiacchiera politica, la scienza ‘tormentologica’ che qui viene evocata, se non fondata, non intende esorcizzare, censurare o addirittura cancellare i tormentoni, ma solo convincerci della necessità di non lasciarci ipnotizzare dalla loro seduzione. Il nuovo saggio di Stefano Bartezzaghi ‘Non se ne puo’ più” è un dizionario di abusi e luoghi comuni. Non c’é solo l’elenco dei più noti o la classificazione a seconda di una tipologia: nel testo si può anche scoprire chi ha utilizzato un’espressione per la prima volta. Si tratta di inseguire, ascoltare, analizzare i luoghi comuni verbali, che rattristano la nostra vita quotidiana. Affermazioni come “questa pastaciutta mi manda in paranoia” il più delle volte – scrive l’autore – sono metaforiche ed enfatiche, e nessuno psichiatra che non sia a sua volta paranoico le interpreterebbe ‘au pied de la lettre’. Il concetto di ‘surreale’ è invece molto generoso nei confronti delle proprie estensioni. “Questa pastasciutta è surreale” insomma, è una dichiarazione che ha molte maggiori probabilità di essere interpretabile nel suo senso letterale rispetto alla precedente: basta che un soggetto particolarmente dotato sia spinto dalla pastasciutta medesima al sogno a occhi aperti, alla penetrazione degli aspetti irrazionali della realtà, al passaggio dalla percezione al delirio. Molto facile ridere di tutto ciò: Ma purtroppo è esattamente quello che André Breton intendeva stendendo il ‘manifesto del surrealismo’, nel 1924… Bartezzaghi, insomma, non si limita ad elencare questi luoghi comuni, ma di ciascun termine fissa l’identità: in quali ambienti ha potuto diffondersi, quali sono le ragioni della sua fortuna. Tra i tormentoni troviamo anche quelli giornalistici, che si dividono in due filoni dominanti: 1a i luoghi comuni come “la tradizionale gita fuori porta”; “un impiegato modello”; 1b le iperboli come “bufera sul Parlamento”; “economia in ginocchio”; “provvedimenti a raffica”; e gli aggettivi obbligatori: l’impennata è sempre brusca; il valore è sempre inestimabile; il nubifragio e la colluttazione sono sempre violenti, le prospettive sono sempre incerte eccetera. Troviamo anche i cliché: un cortigiano è un uomo che vive a corte; una cortigiana è una mignotta; un massaggiatore è un cinesiterapista; una massaggiatrice è una mignotta. Se in passato è stato possibile dire che l’autore di questo libro ama studiare “l’allegria delle parole”, oggi occorre aggiungere che solo una sfumatura separa l’allegria dall’allergia. I “tormentoni”, di cui Bartezzaghi propone qui un primo censimento, sono parole e altre espressioni allergogene e urticanti che usiamo meccanicamente, perché sono state di moda, perché sembravano azzeccate, spiritose, prestigiose, necessarie, così come i più appiccicosi motivetti promossi dalle radio d’estate. Il vaccino non c’é. Ma se, come recita una legge fondamentale, “deprecarli è vano; classificarli è improbo; ignorarli è impossibile”, i tormentoni vanno conosciuti e manipolati perché è solo così che si può sperare, infine, di superarli.

Maria Colorito