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Miele

Valeria Golino esordisce alla regia e lo fa con “Miele” un dramma tratto dal romanzo “A nome tuo” di Mauro Covacich.
Irene si occupa di suicidi assistiti all'oscuro dei pochi che frequenta e di una società per cui la sua attività è un reato. Chiamata al capezzale di persone a un passo dalla morte, in cambio di denaro, somministra Lamputal, un farmaco letale a uso veterinario che in dosi massicce assicura l'effetto anche sull’uomo. Un giorno, a chiedere l'intervento di Irene è l'ingegner Grimaldi, un intellettuale sulla settantina al quale consegna il barbiturico dando per scontata la criticità della sua situazione. Quando scoprirà che è in piena salute, si affretterà a tornare sui propri passi.

Valeria Golino esordisce alla regia e lo fa con “Miele” un dramma tratto dal romanzo “A nome tuo” di Mauro Covacich.
Irene si occupa di suicidi assistiti all’oscuro dei pochi che frequenta e di una società per cui la sua attività è un reato. Chiamata al capezzale di persone a un passo dalla morte, in cambio di denaro, somministra Lamputal, un farmaco letale a uso veterinario che in dosi massicce assicura l’effetto anche sull’uomo. Un giorno, a chiedere l’intervento di Irene è l’ingegner Grimaldi, un intellettuale sulla settantina al quale consegna il barbiturico dando per scontata la criticità della sua situazione. Quando scoprirà che è in piena salute, si affretterà a tornare sui propri passi.
L’autrice fa del film una manifesto o una presa di posizione netta sul tema. Per quanto sia possibile intuire (dalle dichiarazioni della regista più che dalla narrazione filmica) una sua posizione sul fronte laico,”Miele” è semplicemente la parabola emozionale, tutta inserita nella propria coscienza, che la protagonista compie.
Per il suo debutto da regista, Valeria Golino ha scelto un tema scivoloso e controverso come quello del suicidio assistito ed è riuscita a costruire un film coraggioso, assolutamente non scontato e non riconciliante. Appoggiandosi su una sceneggiatura ben scritta che lavora per sottrazioni, taglia dialoghi-spiegazioni inutili e non digiuna sul commuovente, la pellicola colpisce sopratutto per lo stile. Uno stile dal forte gusto autoriale che punta sulla forza e la bellezza d’immagini, una fotografia molto estranea all’immaginario della solita Roma. Golino ha costruito uno stile originale, libero dalle convenzioni, è molto estraneo al cinema italiano e dà la sensazione di vedere qualcosa di nuovo nel panorama europeo.
l’esordio nel lungometraggio di Valeria Golino appartiene a quella categoria di rare pellicole che sanno andare a fondo in problematiche sociali volutamente rimosse attraverso il particolare di una storia privata.

Margherita Diurno

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