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La riforma universitaria diventa un test per il governo

Potrebbero esserci sorprese sulla via del governo prima del 14 dicembre, giorno in cui le Camere voteranno la fiducia sull'intervento che Silvio Berlusconi terra' il giorno prima nei due rami del Parlamento. Un primo problema riguarda la riforma dell'universita' in discussione nell'Aula della Camera e illustrata ieri dal ministro Mariastella Gelmini.

Potrebbero esserci sorprese sulla via del governo prima del 14 dicembre, giorno in cui le Camere voteranno la fiducia sull’intervento che Silvio Berlusconi terra’ il giorno prima nei due rami del Parlamento. Un primo problema riguarda la riforma dell’universita’ in discussione nell’Aula della Camera e illustrata ieri dal ministro Mariastella Gelmini. Fli ha presentato un emendamento che ripristina il tradizionale meccanismo di scatto degli stipendi ai docenti tagliato dal governo nella legge di stabilita’. I finiani hanno anche chiesto il finanziamento dell’assunzione di almeno un terzo degli attuali ricercatori nel ruolo di docenti associati. In attesa del voto sugli emendamenti, gli occhi sono puntati sulla pregiudiziale di costituzionalita’ presentata dal Pd che potrebbe essere votata oggi pure dall’Udc: si riferisce alla norma del provvedimento relativo all’autonomia degli atenei. La Gelmini ha colto l’occasione per rivolgere un appello ai deputati chiedendo di anteporre l’approvazione della riforma ”ai pur legittimi interessi di parte”. Fli punta pero’ i piedi. Il finiano Aldo Di Biagio, che ha seguito il provvedimento nei dettagli, intervenendo in Aula ha precisato che Futuruo e liberta’ ”conferma l’impegno all’approvazione solo se l’intera maggioranza e l’esecutivo onoreranno quello a completarne il disegno, affrontando i punti in precedenza accantonati per carenza di risorse”. Polemica la replica del ministro: ”Chi chiede oggi il ritiro del disegno di legge, come se anni di attese, di dibattiti di proposte fossero passati invano, si assume una responsabilita’ davvero enorme di fronte al sistema universitario e al paese”. Se il negoziato con Fli all’interno della maggioranza non dovesse sbloccarsi, la riforma dell’universita’ potrebbe arenarsi e non passare la settimana prossima al Senato per la definitiva approvazione prima del 14 dicembre. La stessa commissione Bilancio della Camera aveva dato nei giorni scorsi il via libera al disegno di legge auspicando nel contempo l’ottenimento delle risorse necessarie per la trasformazione del rapporto di lavoro dei ricercatori. Il problema delle risorse era stato affrontato anche nella commissione Cultura di Montecitorio. Sotto i riflettori c’era in particolare la norma che prevede il piano di concorsi per l’assunzione di 1.500 professori di seconda fascia all’anno dal 2011 al 2016 con la copertura di 2 miliardi da parte del governo. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha dato semaforo verde alla riforma a patto che per tutte le misure di spesa venga specificato che non ci sono oneri aggiuntivi per lo Stato. Il ministro dell’istruzione ha ieri precisato di ritenere il miliardo di euro circa recuperato nel disegno di legge di stabilita’ sufficiente a fronteggiare le spese ordinarie, un piano triennale di assunzioni dimezzato per i ricercatori e per garantire il diritto allo studio. Di parere opposto i finiani che potrebbero percio’ far venire meno il loro appoggio finale alla riforma. Sulla via accidentata del governo che porta al 14 dicembre c’e’ inoltre il voto su tre mozioni presentate a Montecitorio. La prima riguarda la riforma del sistema fiscale, firmatari Pier Luigi Bersani e Dario Franceschini a nome del Pd (ce n’e’ un’altra sullo stesso tema dell’Idv che potrebbe confluire in quella piddina): impegna il governo a ridurre al 20% l’aliquota sul primo scaglione dell’imposta personale sul reddito riducendo contestualmente le aliquote intermedie a vantaggio dei redditi bassi e medi. La seconda mozione e’ firmata dall’Idv e riguarda la sfiducia nei confronti del ministro per la Semplificazione legislativa Roberto Calderoli. A quest’ultimo si imputa ”l’aver determinato con propri atti l’abrogazione di un decreto legislativo, per il quale diversi esponenti leghisti sono sottoposti a giudizio con l’accusa di aver organizzato un’associazione di carattere militare con scopi politici”. C’e’ infine la terza mozione che riguarda il tema del pluralismo in Rai ed e’ firmata dai deputati finiani (potrebbe essere votata dall’intera opposizione). Ieri il documento e’ stato illustrato in Aula da Benedetto Della Vedova, vice capogruppo dei finiani: ”Dopo oltre due anni e mezzo, l’obiettivo di fare una Rai migliore e’ naufragato. Anzi questa gestione e’ peggiore delle precedenti”. Dal punto di vista dei conti, siamo a un deficit di 115-118 milioni a fronte degli 80 del 2009. In questo modo, la Rai si avvia al fallimento che puo’ essere evitato in un solo modo: privatizzando l’azienda”.