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Il Caso Kerenes

Cornelia ha sessant'anni, un marito di cui ha scarsa stima e un figlio, Barbu, di 34 anni che convive con una donna divorziata. Cornelia vorrebbe che Barbu continuasse a comportarsi come il bambino di un tempo ascoltando i suoi consigli e mettendoli in pratica. Il figlio la evita più che può fino a quando un giorno investe ed uccide con la sua auto un bambino. Cornelia decide di prendere in mano la situazione per evitare al figlio la galera.
Attraverso il personaggio di Cornelia Kerenes, Peter Netzer racconta lo stato delle cose di un popolo non molto diverso dal nostro, ribaltando il cliché da terzo mondo grazie a una sceneggiatura di ferro e la regia misurata di Peter Netzer.

Cornelia ha sessant’anni, un marito di cui ha scarsa stima e un figlio, Barbu, di 34 anni che convive con una donna divorziata. Cornelia vorrebbe che Barbu continuasse a comportarsi come il bambino di un tempo ascoltando i suoi consigli e mettendoli in pratica. Il figlio la evita più che può fino a quando un giorno investe ed uccide con la sua auto un bambino. Cornelia decide di prendere in mano la situazione per evitare al figlio la galera.
Attraverso il personaggio di Cornelia Kerenes, Peter Netzer racconta lo stato delle cose di un popolo non molto diverso dal nostro, ribaltando il cliché da terzo mondo grazie a una sceneggiatura di ferro e la regia misurata di Peter Netzer.
Insomma, Il caso Kerenes si muove per esteso lungo la linea tracciata da questa ineffabile relazione materna. Netzer si limita a riportare i fatti, in tono a dir poco documentaristico. Per quanto riguarda noi, a spizzichi e bocconi riusciamo a cogliere qualche indizio; non abbastanza comunque per risolvere quell’enigma dinanzi al quale gli stessi protagonisti sembrano essere inermi.
Magistrale la prova degli attori, sopratutto quella dell’incredibile Luminita Gheorghiu (Cornelia) capace di portare sulle spalle una sequenza difficilissima e di sconvolgente emotività come quella della visita alla famiglia del bambino ucciso. I dubbi riguardanti l’effettivo cambiamento dei protagonisti rimangono però sino allo scioglimento finale e oltre, a testimoniare l’impossibilità di afferrare e comprendere tutti i rivoli del reale. Da citare una colonna sonora che, tra gli altri, si serve di alcuni brani italiani come “Senza giacca e cravatta di Nino D’Angelo” e la significativa “Meravigliosa creatura” di Gianna Nannini.Il film è ben fatto e alla portata di tutti. Un’opera secca, asciutta che trasuda sentimenti disegnati per essere reali.

Margherita Diurno

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