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Il Brasile e la rivolta dell’aceto

La chiamano così, rivolta dell’aceto, perché uno degli slogan più ricorrenti tra i manifestanti è “Datemi l’aceto”, in quanto capace di alleviare gli effetti dei gas lacrimogeni. E per di più, non accenna a placarsi: è la serie di proteste che nei giorni della Confederation Cup sta infiammando il Brasile. Centinaia di migliaia, se non milioni di persone, sono scese finora in piazza per protestare contro quelli che il popolo carioca considera dei veri e proprio nervi scoperti: la corruzione dei politici, le condizioni vergognose dei servizi pubblici (trasporti, scuole, ospedali), gli stipendi dei dipendenti pubblici e privati che non si sono adeguati all’impennata dell’inflazione, la violenza urbana. Le manifestazioni, inizialmente pacifiche, sono ormai quasi sempre segnate da disordini e scontri provocati da minoranze violente, ai quali la polizia risponde con lacrimogeni, spray urticanti, cariche di alleggerimento, proiettili di gomma.

La chiamano così, rivolta dell’aceto, perché uno degli slogan più ricorrenti tra i manifestanti è “Datemi l’aceto”, in quanto capace di alleviare gli effetti dei gas lacrimogeni. E per di più, non accenna a placarsi: è la serie di proteste che nei giorni della Confederation Cup sta infiammando il Brasile. Centinaia di migliaia, se non milioni di persone, sono scese finora in piazza per protestare contro quelli che il popolo carioca considera dei veri e proprio nervi scoperti: la corruzione dei politici, le condizioni vergognose dei servizi pubblici (trasporti, scuole, ospedali), gli stipendi dei dipendenti pubblici e privati che non si sono adeguati all’impennata dell’inflazione, la violenza urbana. Le manifestazioni, inizialmente pacifiche, sono ormai quasi sempre segnate da disordini e scontri provocati da minoranze violente, ai quali la polizia risponde con lacrimogeni, spray urticanti, cariche di alleggerimento, proiettili di gomma. Sembra proprio che la coscienza di questo popolo si sia destata prepotente e non sembra intenzionata a mollare, e sorprende pensare che il Brasile è uno degli Stati emergenti più forti, e che la maggioranza dei manifestanti è di etnia bianca (che in Brasile costituisce la maggior parte della classe medio-alta). Le manifestazioni di piazza sono iniziate per un aumento di 20 centesimi sul prezzo del biglietto dell’autobus, subito revocato; questo però ha paradossalmente incoraggiato le proteste, perché la gente ha capito che il ferro era caldo e bisognava quindi batterlo. Il presidente Dilma Rousseff ha convocato il gabinetto di crisi del governo e si è dimostrata sensibile alle richieste della gente ma intransigente sulla violenza, dichiarando: «Ascolto tutte le persone che sono scese in strada per manifestare pacificamente, ma il mio governo non può tollerare la violenza, che sta dando una cattiva immagine del Brasile. Presto vareremo un grande piano in tre punti per migliorare i servizi pubblici: destineremo il 6% delle entrate petrolifere all’istruzione, faremo arrivare medici dall’estero per coprire le carenze della sanità e faremo un piano nazionale per la mobilità». E proprio la Confederation Cup, unitamente ai prossimi Mondiali di calcio e alle forti spese che ne sono conseguite(si parla di oltre 11 miliardi) ha fornito un altro motivo di forte protesta: il Brasile chiede ospedali e trasporti efficienti, non lo spettacolo e l’intrattenimento. Per questo, nonostante la Nazionale appoggi le manifestazioni, la gente urla anche «Mondiale no grazie», «Un professore vale molto più di Neymar», «Dilma, non investire sulla Fifa, investi su di me». «Vi assicuro che il denaro per la costruzione degli stadi non ha sottratto risorse all’istruzione o alla sanità» ha dichiarato per tutta risposta Rousseff.

Giuseppe Grasso

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