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Follia serba a Marassi

Un portiere nascosto nello spogliatoio degli avversari, i giocatori serbi che fanno capire agli azzurri la volontà degli ultras di Belgrado di far saltare la partita, i tifosi dagli spalti che urlano 'basta, basta' mentre le furie serbe provano a sfondare le vetrate antiproiettili. E Stankovic che prova a chiedere scusa agli 'amici' italiani. E' la serata surreale di Genova, raccontata dai protagonisti.

Un portiere nascosto nello spogliatoio degli avversari, i giocatori serbi che fanno capire agli azzurri la volontà degli ultras di Belgrado di far saltare la partita, i tifosi dagli spalti che urlano ‘basta, basta’ mentre le furie serbe provano a sfondare le vetrate antiproiettili. E Stankovic che prova a chiedere scusa agli ‘amici’ italiani. E’ la serata surreale di Genova, raccontata dai protagonisti. “Ma perché non riusciamo mai a prevenire cose così?…”, dice Prandelli. “Quando siamo arrivati allo stadio, siamo entrati nello spogliatoio e abbiamo trovato Vladimir Stojkovic, il loro portiere titolare, seduto sulle nostre panche, tremante – le parole del commissario tecnico, quando da poco l’arbitro Thomson ha ufficializzato il definitivo stop – Non capivamo, poi l’interprete ci ha spiegato: aveva subito minacce e un tentativo d’aggressione sul pullman, temeva per la sua incolumità”. Altro che esclusione per scelta tecnica, dopo l’assalto degli ultras davanti al Savoia tutti i giocatori della Serbia hanno capito che la partita era ad altro rischio. Voci incontrollate parlavano di un tentativo di accoltellamento per Stojkovic, secondo le ricostruzioni della polizia si è trattato di un gruppo di ultras che è entrato nel pullman e ha lanciato un petardo acceso verso il suo obiettivo. “Stankovic si è scusato con noi, non sapeva cosa dire”, ha raccontato Leonardo Bonucci, uno degli azzurri in campo. “Quando ci hanno spiegato – ha aggiunto il ct dell’Italia – abbiamo capito che la partita era ad alto rischio. I giocatori serbi erano convinti che i loro ultras si fossero organizzati per non far giocare la partita, almeno questa era l’impressione”. Poi tutti in campo, tra attese, tensioni, rinvii, e solo sei minuti di partita. “Ma non è calcio – aggiunge Bonucci – Avevamo paura in campo, anche per la gente sugli spalti. Io avevo tutta la famiglia, a un certo punto ho guardato verso la gente e li ho riconosciuti, ho capito che stavano bene e mi sono tranquillizzato”. Sotto choc Viviano, il portiere dell’Italia che al 6′ del primo tempo è stato bersagliato da due petardi. “Ne ho avuta tanta, davvero – spiega il numero 1 azzurro – Ho detto all’arbitro che io in quella porta non tornavo a giocare, se voleva proprio continuare che invertisse le porte. O altrimenti non mi muovevo”. Poco prima, gli undici giocatori serbi erano andati sotto la loro curva, a chiedere dei fermarsi. Ma non è sfuggito quel surreale applauso rivolto alle furie ultras. “Ma quale applauso, gli stavamo chiedendo di smettere…”, il gesto di stizza di capitan Stankovic, al bordocampista Rai. “In tanti anni di calcio non avevo mai visto nulla del genere – la conclusione di Prandelli – Delusione e amarezza sono enormi, se poi penso a quanti bambini c’erano allo stadio. L’amarezza è anche perché alla fine non riusciamo mai a prevenire fatti del genere”. E il j’accuse cade così, pesante come un masso enorme.