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Test d’ingresso a Medicina: universitari e conferenza rettori divisi su numero chiuso

ROMA – È ufficialmente partito il conto alla rovescia per il test di ingresso alla facoltà di Medicina e chirurgia. Il 6 settembre, infatti, aspiranti camici bianchi di tutta Italia si cimenteranno nel primo ostacolo per accedere ai ‘Corsi di laurea magistrale a ciclo unico in Medicina e chirurgia e in Odontoiatria e protesi dentaria erogati in lingua italiana’.

LA PROVA DI AMMISSIONE

Rispetto agli anni passati, il Ministro dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, ha firmato il provvedimento che rimodula il numero dei quesiti per ciascuna materia. Per la prova di ammissione, che durerà 100 minuti, i candidati dovranno rispondere a 60 domande a risposta multipla, con un punteggio massimo previsto pari a 90 punti. Il test di ingresso darà maggiore spazio alle materie disciplinari e meno alla logica e alla cultura generale. La nuova ripartizione della prova di selezione prevede, infatti, il 15% del test per quiz di ragionamento logico, ragionamento numerico e humanities. La restante percentuale del test è attribuita alle materie disciplinari: dalla biologia alla chimica, dalla fisica alla matematica.I quesiti saranno così ripartiti: 4 relativi alle competenze di lettura e alle conoscenze acquisite negli studi, 5 al ragionamento logico e ai problemi, 23 alla biologia, 15 alla chimica e 13 alla fisica e alla matematica.

LA SODDISFAZIONE DELL’UDU

Una modalità che soddisfa l’Unione degli Universitari. ‘Anche quest’anno si è seguito l’andamento degli ultimi anni- commenta alla Dire Camilla Piredda, Esecutivo Nazionale Udu- durante i quali si è via via diminuito il numero delle domande di logica e si è dato maggiore spazio a quelle di biologia e matematica, le materie più di indirizzo. Quello che ci preoccupa, però, è il futuro del test, con l’entrata in vigore come metodologia, a partire dal 2023/2024, del Test Online Cisia, il cosiddetto Tolk’.

L’UNIONE DEGLI UNIVERSITARI CRITICA L’AVVICINAMENTO AL TEST FIN DALLE SUPERIORI

C’è un altro aspetto che non convince appieno l’Udu: l’avvicinamento al test d’ingresso a Medicina inizia alle scuole superiori. ‘Riteniamo- sottolinea Piredda- che ancora una volta si vada ad aumentare l’ansia da prestazione della popolazione studentesca. Il fatto di avere la possibilità di svolgere il test di Medicina più volte a partire dalla quarta superiore aumenta la competitività, che già caratterizza il test. Inoltre, invece che concentrarsi sullo studio, un ragazzo sarà chiamato a concentrarsi sulla preparazione al test, partecipando a corsi esterni fino alla quinta’. Non è tutto. Questa modalità, secondo Piredda, ‘va a vantaggio delle persone che hanno condizioni economiche più abbienti. In Italia la preparazione ai test di medicina non viene fatta dalle scuole, ma se ne occupano diversi enti privati che hanno costi esosi: stiamo infatti parlando, come minimo, di almeno 1.500 euro l’anno’.’E se è vero che alcuni atenei danno la possibilità di prepararsi al test in maniera gratuita- aggiunge- è altrettanto vero, però, che ai partecipanti non viene garantito lo stesso livello di preparazione di una scuola privata che, invece, fornisce una preparazione per due anni: siamo dunque di fronte ad un vero e proprio dislivello’.

IL NUMERO CHIUSO: IL PUNTO DI VISTA DELL’UDU

C’è poi un altro aspetto che lascia perplessa, e non poco, l’Unione degli universitari, quello relativo al numero chiuso. ‘Come Udu- precisa l’esponente dell’Esecutivo Nazionale- riteniamo che ad oggi sia necessario un investimento strutturale rispetto a quello che è l’ampliamento della docenza e a quello che è l’ampliamento delle sedi di studio e laboratoriali per quanto concerne i corsi di Medicina, ma per tutte le professioni sanitarie, in maniera tale da poter arrivare da qui a un periodo evidentemente non breve a un’apertura della Facoltà di Medicina’.

‘Siamo infatti convinti- precisa- che dopo qualche anno avvenga una scrematura naturale e che il ricorso al Tolk come metodologia di test rischi soltanto di rendere ulteriormente un privilegio l’entrata al corso di Laurea in Medicina, che sarà accessibile alle persone che, fondamentalmente, possono permettersi di andare a svolgere corsi privati che aiutano nella preparazione al test, rendendo invece sempre più difficoltoso l’ingresso per coloro che vengono da una situazione economica svantaggiata’.

IL RICORDO DEL COVID E LA NECESSITA’ DI AVERE MEDICI

Quando si parla di numero chiuso, per Camilla Piredda è impossibile non fare riferimento al Covid e alla necessità di poter fare affidamento su nuovi medici all’interno del Servizio sanitario nazionale. ‘Soprattutto dopo quello che abbiamo visto durante il periodo pandemico- afferma- riteniamo sia abbastanza tangibile ed evidente che sul nostro territorio nazionale ci sia una ingente carenza di medici e che questo aspetto vada attenzionato. Ovviamente non solo aprendo Medicina e abolendo il numero chiuso all’ingresso, ma andando anche a investire sulle borse di studio di specializzazione. Perchè il vero problema è l’imbuto formativo una volta conclusi i 6 anni di Medicina e l’ingresso nella specialistica, dove ci sono ancora meno posti e dove il numero chiuso è ancora più stringente, fatto che, ad oggi, non permette di avere medici specializzati in Italia’.

IL NUMERO CHIUSO: IL PUNTO DI VISTA DELLA CONFERENZA DEI RETTORI

Di tutt’altro avviso il Rettore del Politecnico di Milano e presidente della Conferenza dei Rettori delle Università italiane (Crui), Ferruccio Resta, che alla Dire precisa: ‘Noi non diciamo ‘no’ al numero chiuso, non riduciamo il tema a ‘sì numero chiuso’, ‘no numero chiuso’. Serve invece ragionare su quanti posti abbiamo sul fronte delle specializzazioni, su quali sono le specializzazioni di cui avremo bisogno nel futuro, perchè gli immatricolati di adesso diventeranno medici tra sei, nove anni e dunque ridurre tutto semplicemente con una apertura ai numeri chiusi, indipendentemente dalla qualità dell’insegnamento e dalla possibilità poi per i laureati di entrare nel mondo del lavoro, è un errore’.

‘Il numero chiuso- aggiunge Resta- è necessario in quanto elemento di pianificazione, inserito proprio in una logica che ha dieci anni di pianificazione. Parlare di numero chiuso senza ragionare a dieci anni, visto che si parla delle studentesse e degli studenti che oggi si immatricolano, è davvero fuori luogo. Servono risorse, la specializzazione ha bisogno di risorse, e servono posti. Questo vale sia per Medicina che per tutte le lauree’.

RESTA: I PROGRAMMI A MEDIO-LUNGO TERMINE SONO LA SOLUZIONE ALLA CARENZA DEI MEDICI

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