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Sudafrica, Padre Ferraro: “I disordini sono ciclici, il Covid esaspera”

ROMA – “I disordini a cui abbiamo assistito in Sudafrica negli ultimi giorni non devono stupire: sono ciclici, endemici, perché dal 1994”, quando è finito l’apartheid con l’avvento del presidente Nelson Mandela ed è cominciato il cammino democratico del Paese, “le fratture etniche e le disuguaglianze economiche non sono mai state veramente affrontate e il Covid-19 le ha semplicemente accentuate”. Padre Filippo Ferraro, coordinatore dei progetti in Sudafrica per l’Agenzia scalabriniana per la cooperazione allo sviluppo (Ascs), commenta per l’agenzia Dire i fatti degli ultimi giorni.La condanna a 15 mesi dell’ex presidente Jacob Zuma ha generato proteste da parte dei suoi sostenitori, poi degenerate in atti di vandalismo e razzie che hanno colpito centinaia di negozi, supermercati, centri commerciali e stazioni di benzina nelle province orientali di KwaZulu-Natal e Gauteng. Negli scontri oltre 300 persone hanno perso la vita.

A Johannesburg, dove Ascs proprio in quei giorni aveva aperto una clinica per fornire servizi medico-sanitari di base, “tanto carenti tra i ceti più bassi della popolazione”. La situazione “era brutta anche se l’epicentro delle violenze era Durban, sulla costa” ricorda padre Ferraro. “C’era l’esercito in strada e le autorità chiedevano di non uscire”.Violenze che molti denunciano come “pilotate” e risultato di mesi di lockdown, restrizioni e disagio. Il Sudafrica è stato tra i Paesi più colpiti dalla pandemia, eppure “tra la gente non c’è percezione reale del virus”, avverte padre Ferraro, “perché spaventano di più la tubercolosi o l’Aids. Il vero problema è stata la crisi economica innescata dal Covid che ha accentuato la disparità di accesso ai servizi sanitari, al lavoro, all’istruzione”.

La frattura tra chi vive bene e chi fatica ad arrivare a fine giornata è ancora legata alle divisioni razziali, tra bianchi (generalmente più benestanti) e le varie comunità nere. Ci sono poi gli immigrati dall’Africa e da Paesi come India o Bangladesh.

Gli scalabriniani lo sanno bene: a Città del Capo, riferisce il coordinatore di Ascs, da tempo portano avanti progetti per integrare al meglio le comunità residenti con i migranti economici, i rifugiati e i richiedenti asilo: gli stranieri, nel Paese, superano i tre milioni. “Offriamo interventi di assistenza paralegale, programmi per le donne, una casa famiglia per minori vulnerabili e poi un Centro studio sulle migrazioni”, un fenomeno tanto pervasivo in Africa “ma su cui i dati sono pochi”.

Secondo padre Ferraro, servirebbe un piano “capillare di riforme”, a partire dall’accesso all’istruzione elementare di qualità, necessaria se si vuole garantire un futuro ai giovani, risolvendo l’annoso problema della disoccupazione.
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