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Studio Fmi: “Undici milioni al minuto di sussidi per le fonti fossili”

ROMA – Nel 2020 l’industria dei combustibili fossili ha potuto beneficiare di un volume di sussidi pari a 5,9 trilioni di dollari, ovvero 11 milioni di dollari al minuto, nel complesso circa il 6,8 per cento del Pil della Terra. Un dato, questo, che rende il prezzo dell’energia lontano dall’essere “giusto” e che “getta benzina sul fuoco” della crisi climatica. A calcolarlo, e denunciarlo, è uno studio pubblicato oggi dal Fondo monetario internazionale (Fmi).

Gli esperti dell’istituto con sede a Washington hanno preso in considerazione la produzione di quattro tipi di combustibili fossili: carbone, gas naturale, benzina e diesel. Gli autori del report hanno inoltre evidenziato l’esistenza di due tipi di sussidi: quelli “espliciti”, che sono relativi ai costi della catena di produzione e che costituiscono solo l’8 per cento del totale, e poi quelli “impliciti”, che rappresentano il restante 92 per cento. Con quest’ultima definizione si intendono le agevolazioni fiscali, pari al sei per cento, e poi il mancato addebito dei costi ambientali. Anche quest’ultima voce è stata a sua volta suddivisa nei danni causati dall’inquinamento, per il 42 per cento, e nella responsabilità in fenomeni legati ai cambiamenti climatici, per il 29.

Secondo gli esperti dell’Fmi, eliminare questi sussidi e stabilire quindi prezzi “reali” dei combustibili fossili contribuirebbe ad abbattere le emissioni di gas inquinanti di un terzo, avvicinando il pianeta all’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura terrestre entro gli 1,5 °C stabilito dalla comunità internazionale.

Nel 2016 il forum del G7 ha fissato al 2025 la data per la totale eliminazione dei carburanti cosiddetti “non efficienti”. Il traguardo però sembra ancora lontano, stando ad analisi concordanti. L’eliminazione dei sussidi e il conseguente aumento dei prezzi del carburante ha anche costi sociali. La decisione di revocarli ha più volte provocato negli ultimi anni ondate di protesta in diversi Paesi. In Ecuador nel 2019 un provvedimento di questo tipo innescò una delle più grandi mobilitazioni sociali degli ultimi anni.
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