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RECENSIONE | A Venezia 78 ‘La Caja’, ritratto duro di un Messico ‘orfano’

VENEZIA –  Lorenzo Vigas torna in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia dopo l’esordio da record nel 2015, quando vinse il Leone d’oro con il suo primo lungometraggio, ‘Desde allá’, diventando il primo regista latino americano a riuscire nell’impresa (e anticipando due illustri colleghi, Guillermo del Toro e Alfonso Cuarón). Nel suo nuovo film, ‘La Caja’, prodotto con Michel Franco (anche lui in concorso a Venezia con ‘Sundown’), Vigas torna a parlare di paternità, chiudendo la trilogia iniziata con il corto ‘Los elefantes nunca olvidan’ e proseguita proprio con la pellicola che trionfò alla kermesse.

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“Il film parla dell’assenza di un padre, della necessità di trovare un’identità”, ha dichiarato Vigas nel corso di un’intervista rilasciata alla Dire. Il regista ha proseguito spiegando che “i Paesi dell’America Latina sono molto giovani. Stiamo ancora cercando di capire chi siamo, dove andiamo e da dove veniamo. E ‘La Caja’ ha a che vedere con questo, con il tema dell’identità”.

LA CAJA, TRAMA

Il film è la storia di un adolescente di Città del Messico che si mette in viaggio per recuperare i resti del padre, trovati in una fossa comune nel nord del Paese dell’America Centrale. Nel corso del suo viaggio il giovane incontrerà un uomo estremamente somigliante al padre che deciderà di seguire e questo lo condurrà in un nuovo universo nel quale dovrà capire la linea sottile che divide bugia e verità, bene e male.

Al centro della pellicola non solo l’assenza di una figura paterna individuale (e ciò che siamo disposti a fare pur di averla) ma anche sociale. “In Messico è normale che tanti bambini vengano cresciuti dalle madri e che i padri siano assenti, ma quali sono le conseguenze?- ha aggiunto il regista durante la conferenza stampa di presentazione del film- Non è un caso se siamo un continente nel quale ci si innamora di personaggi come Chavez e Perón. A volte si ha bisogno di un padre e lo si sostituisce con queste figure”.

Il film affronta altre spinose questioni della realtà messicana, come la scomparsa di migliaia di donne nel nulla e lo sfruttamento lavorativo nei grandi stabilimenti industriali, le ‘maquila’. Il regista ha sottolineato che “il tema delle donne che scompaiono è misterioso, diciamo così, perché non sono poche, ma spariscono in migliaia. Molte nella zona nella quale abbiamo girato, Juarez, dove si trovano le grandi fabbriche del Messico”. Durante l’intervista, Vigas ha precisato che “è stato molto difficile trovare una maquila dove ci fosse consentito fare le riprese, abbiamo impiegato un anno. I proprietari sono molto gelosi e non vogliono che si vedano il processo di produzione e le condizioni dei loro lavoratori. Alla fine siamo riusciti ad avere il permesso da una fabbrica che era in fallimento. Credo sia stata la prima volta che sono state realizzate riprese all’interno di una maquila. Gli operai che si vedono non sono attori, ma veri lavoratori. Ci sono maquila che trattano molto bene i loro dipendenti, altre che trattano i propri operai come prigionieri, non li lasciano uscire fuori. Sono schiavi”.

“In Messico, soprattutto nel nord del Paese, ci sono molti gruppi di narcotrafficanti e noi abbiamo girato al confine di queste zone di delinquenza organizzata, perciò siamo stati in stretto contatto con il governo per ricevere protezione e, allo stesso tempo, abbiamo dovuto essere gentili con queste persone- ha raccontato alla Dire Hernán Mendoza, che ne ‘La Caja’ interpreta il presunto padre del protagonista-. In maniera non ufficiale sono i signori della zona ed è come avessimo dovuto chiedergli permesso”. Mendoza ha aggiunto che “il vantaggio che abbiamo avuto è che come tutti gli esseri umani, anche loro hanno un ego, perciò il semplice fatto di sapere che stavamo realizzando un film li rendeva orgogliosi e così ci hanno lasciati entrare, a condizione di non parlare di loro, di nulla che avesse a che fare con i loro affari. Facendo questo non abbiamo avuto alcun problema, al contrario si sono comportati molto bene con noi”.

LA CAJA, RECENSIONE

II film di Vigas lavora su ampie inquadrature, che immortalano i grandi spazi desertici messicani, che si contrappongono a primi piani di un ragazzo spaesato, in cerca di risposte. La pellicola, che forse pecca di eccessiva cura dello stile, riesce comunque nell’intento di indurre una doverosa riflessione e presa di coscienza su una realtà drammatica. 

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