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“Questa chitarra è un’astronave”, Gong in concerto al Porretta Prog Festival

ROMA – “Questa chitarra è un astronave, la mia chitarra è un astronave”: nel brano di chiusura del concerto dei Gong al Porretta Prog Festival (serata inaugurale) c’è tutto il sogno psichedelico di questa storica band fondata nel 1967 da Daevid Allen. Lascia che il suono ti porti, ti liberi, ti permetta di levitare, dicono questi cinque musicisti, mosche bianche in un’epoca di musica rapida e suoni da consumare. Il suono è un astronave, la musica è magia: questi sono da oltre 50anni le parole d’ordine di questa band, capostipite di un progressive in cui lo space rock viene innestato su basi di free jazz. Oggi questa formazione che sfida le logiche del tempo e del mercato è governata con intelligenza dal chitarrista e cantante anglo-iraniano Kavus Torabi, circondato da compagni di viaggio astrale che offrono un livello tecnico emotivo impeccabile.Emozioni rinnovate e mantenute vive in 120 minuti di show che a Porretta ha visto oltre 500 spettatori entusiasti (età media 50anni) decretare l’immortalità di questa band.Il concerto parte con i venti minuti di Forever reoccurring, un tuffo sonoro in un mondo di psichedelia pura tratto dall’ultimo album della band, The Universe Also Collapses. Il testo la dice lunga sul messaggio liberatorio di questo gruppo (“C’è luce bianca tutt’intorno, luce diffusa ovunque, per sempre pulsa e ritorna, risveglio veloce attraverso un sogno senza tempo, niente di questo è reale”). Le chitarre creano un tappeto di suoni che vanno dallo space al raga orientale, mentre sax e sezione ritmica mantengono costante la percezione irrequieta di un sound che periodicamente si fa inatteso e jazzy. L’assenza dei musicisti che hanno legato il loro nome ai primi eccentrici album dei Gong – Daevid Allen, Didier Malherbe, Pierre Moerlen, Gilli Smith e lo straordinario chitarrista Steve Hillage – non grava sulla formazione attuale che vede, oltre a Toravi, la presenza del brasiliano (ma di origini livornesi) Fabio Golfetti alle chitarre, Dave Sturt al basso, Ian East ai fiati e Cheb Nettles batterista impeccabile.

Il senso dell’umorismo, la sensazione di trovarsi in un viaggio spaziale, l’alternanza tra Canterbury sound ed ambient accompagna le due ore di esibizione, dove Torabi e Golfetti interpretano le due anime chitarristiche della storica band, una più spaziale e l’altra più virtuosa, con effetti sperimentali generosamente sparsi su entrambe, dimostrando che si può essere “nuovi” (l’attuale formazione è praticamente quella che Daevid Allen ha utilizzato dal 2014 fino alla sua scomparsa), ma in perfetta sintonia con 50 anni di storia. Ecco: la band alterna brani classici, come You can’t kill me (da Camembert electrique, 1971) e recenti, con il volo magico di Rejoice! I’m Dead (dedicata al fondatore) a coronare il tutto, passando per lunghissime planate che diventano trionfali in Master Builder (da You, 1974), una suite lisergica da oltre 15 minuti, in cui l’intelligenza creatrice dice agli umani “dentro di voi potete creare un tempio invisibile grazie alla vostra immaginazione”.

Il finale sul palco del Porretta Prog Festival è proprio per la già citata (e inedita) ‘My guitar is a Starship’, compendio di un’idea di musica e di approccio esistenziale ostinatamente fedele alle visioni del fondatore, che disegnava viaggi nel Planet Gong dove nulla era oppressivo ed ogni cosa era inglobata in una visione positiva. Kavus e soci concedono il bis (Insert Yr Own Profecy) ricordando che solo la musica può proteggere “Tutti i momenti che avremmo potuto salvare Dalla culla alla tomba E tutti gli amici che perdiamo ogni giorno e tutti i legami che avrebbero dovuto legarmi a questa vita”. Se la musica è magia (David Crosby cantava e canta che la musica è amore: la distanza è infinitesimale) questa intramontabile band ne conferma il potere rasserenante e taumaturgico. Se la musica è magia, la psichedelia ne può essere il linguaggio sovrano.
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