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Pontecorvo (Nato): “Afghanistan santuario del terrorismo, attenti ai talebani”

ROMA – Solo nelle prime settimane dell’Emirato, i talebani hanno fatto i conti con più manifestazioni di protesta di quelle registrate nel governo di vent’anni fa, tra il 1996 e il 2001. “È più facile conquistare che governare, ma i talebani non conoscono più gli afghani, che non sono disposti a cedere ai dogmi. Diciotto milioni di afghani hanno bisogno di aiuti umanitari – circa la metà della popolazione. Scuola, sanità e salari pubblici non sono più finanziati da mesi, e poi ci sono le tensioni con le varie comunità etniche e la resistenza nel Panjshir”. Finora però, “la priorità che ha prevalso su qualsiasi altra sfida è stata l’esigenza di tenere il movimento unito: l’Occidente dovrà seguire con attenzione queste lotte intestine, perché rappresentano una sfida che ci riguarda da vicino”. Questa l’analisi fornita dall’ambasciatore Stefano Pontecorvo, rappresentante civile Nato in Afghanistan, intervenuto in commissione Esteri e Difesa di Camera e Senato.

Pontecorvo ha avvertito che “nonostante la notorietà mediatica delle ultime settimane”, il movimento talebano “resta sconosciuto. Non è una semplice insorgenza armata – ha avvertito – bensì un movimento che si è dotato di un’efficente struttura organizzativa ben coordinata nonostante il carattere decentrato”. La presa di Kabul e l’istituzione dell’Emirato, il 15 agosto scorso, ha finito tuttavia per inasprire “la frattura tra i talebani pashtun del sud, provenienti principalmente da Kandahar e l’Helmand, e i talebani della tribù degli haqqani, originari dell’est”. Un dissidio che, dice l’ambasciatore, “si trascina da mesi, ma che secondo gli storici risale alla guerra tra l’Impero britannico e l’Emirato di Afghanistan, nel 1840”.

Pontecorvo evidenzia anche i dissidi tra i comandanti militari custodi della linea oltranzista, e l’ala politica, più moderata e incline a compromessi “per la pace sociale e le relazioni con l’estero”. Tali dissapori per Pontecorvo hanno contribuito nel delineare il nuovo esecutivo provvisorio, che “non comprende né le donne né rappresentanti delle comunità etniche – cosa che avevo previsto – ma anzi, su 33 membri, 17 sono sanzionati dalle Nazioni Unite, mentre cinque sono ex detenuti di Guantanamo. Ciò dimostra quante poche leve l’Occidente abbia su questo esecutivo”.

L’ambasciatore chiarisce: “Quella economica non basta: primo, perché i talebani non si rendono ancora conto di quanto denaro serva per governare un Paese. Secondo, non hanno particolari ambizioni e, terzo, fanno conto su partner non tradizionali come la Cina”. Pechino, prosegue il funzionario Nato, “guarda con interesse alle risorse minerarie, alle terre e alla possibilità di far passare le proprie infrastrutture del corridoio commerciale ‘Via della seta’ in Afghanistan, lontano dalla sfera di influenza della Russia”.

L’Afghanistan, spiega ancora Pontecorvo, “è il santuario del terrorismo jihadista internazionale e un punto nodale del narcotraffico”. I talebani secondo l’ambasciatore Nato, hanno “75.000 combattenti stipendiati, altri 10.000 ‘stagionali’. Con 85.000 effettivi all’attivo però, non si controlla un territorio vasto sei volte l’Italia e dove sono presenti 18 gruppi terroristici maggiori, tra cui Al-Qaeda e Isis, che minacciano anche noi. L’Afghanistan è il santuario del jihadismo”. La stabilizzazione del Paese rientra tra gli interessi della comunità internazionale anche per il suo ruolo centrale nel traffico di oppio, proveniente soprattutto dalla provincia meridionale dell’Helmand: “Dall’arrivo dei talebani – continua l’ambasciatore – il prezzo è aumentato di sei volte e questo dimostra che non solo è aumentata la domanda ma anche la capacità di esportarlo sui mercati internazionali”.

“L’Italia è in una posizione privilegiata in Afghanistan: abbiamo i rapporti migliori dentro e fuori l’Afghanistan, con l’Iran per esempio, mentre i nostri militari sono visti di buon occhio. Potremmo avere un ruolo forte, non c’è dubbio. Sembra che il governo italiano abbia preso un ruolo guida in Europa e questo è un bonus per l’Ue”. Ne è convinto l’ambasciatore Stefano Pontecorvo, intervenuto in audizione delle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato.

Sollecitato sul tema del progetto di costituire un sistema di difesa comune europea, il diplomatico osserva: “Posso dire che chi ha il 90% delle capacità militari e il 90% dell’influenza politica, prende il 90% delle decisioni. Se Italia ed Europa prendono il 10% delle decisioni, e ne subiscono il 90%, qualcosa non funziona. Fidiamoci del nostro generale Graziano: se dice che è possibile, è possibile”. Il riferimento è a Claudio Graziano, il presidente del Comitato militare della Ue, il primo nucleo della difesa europea, che incoraggia maggiore autonomia europea in tema di difesa. All’interno della Nato al momento, sul dossier afghano, “c’è un confronto in atto. La questione è stata assunta seriamente” assicura il funzionario. “Le lezioni dell’Afghanistan vanno però imparate, non solo quelle militari, ma anche politiche – avverte il funzionario – primo, non si fa institution building con i militari. Quanto al riconoscimento dei talebani, c’è un problema giuridico: i talebani sono un’organizzione terroristica nella lista delle Nazioni Unite”.

Sul piano politico, “penso si debba parlare con tutti, ma riconoscere è altro discorso. Dobbiamo però stare attenti, perché altri li riconosceranno e ci lavoreranno. Secondo, i talebani useranno l’arma del riconoscimento come ricatto per parlare delle cose che ci interessano. Ma un po’ li conosco: parlarci non è ottenere risultati. Non sono certo gli interessi un dialogo con noi” aggiunge Pontecorvo.

“Il Pakistan non tiene l’Afghanistan in pugno. E la retorica antipachistana è l’unico discorso unificante nel paese. È fuori da ogni dubbio che avrà un’influenza forte, ma ritengo che la caduta finale dell’Afghanistan sia dovuta alla cattiva politica”, non a eventuali ingerenze di Islamabad, ha concluso Pontecorvo.
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