Roma, Bonafoni: “Lucha y Siesta è un patrimonio restituito alla città”
11 Settembre 2021
Iraq, l’antropologo Anber: “Bisogna investire sugli esseri umani”
11 Settembre 2021

Milano, De Corato non si ricandida dopo 36 anni: “A Bernardo do tre consigli”

Di Nicolò Rubeis

MILANO – Dagli anni del socialismo dilagante della Milano da bere ai giorni bui di Tangentopoli fino alla strage di Via Palestro. E ancora le visite indelebili a Palazzo Marino di Vladimir Putin e del suo ‘telefono rosso’, di George Clooney, di Michael Schumacher e del sindaco di New York Rudy Giuliani, l’uomo della ‘zero tolerance’. In un’intervista concessa alla Dire, il consigliere comunale di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato ripercorre i suoi 36 anni passati ininterrottamente a Palazzo Marino. Il decano del centrodestra infatti ha già annunciato che non si ricandiderà, anche se darà comunque una mano al candidato Luca Bernardo. Entrato in Comune nel 1985 con il Movimento Sociale Italiano, De Corato è stato vicesindaco ‘sceriffo’ dal 1997 al 2011, prima nelle due giunte di Gabriele Albertini e poi in quella di Letizia Moratti.

“Arrivai a Palazzo Marino con le elezioni di maggio – comincia a raccontare l’esponente di FdI – il sindaco era ancora eletto dal Consiglio comunale”. Erano infatti epoche di maggioranze che nominavano il primo cittadino e la giunta. “Il consiglio fu convocato intorno ai primi di agosto – ricorda – ci misero tre mesi a rieleggere Carlo Tognoli (il sindaco socialista scomparso lo scorso marzo, ndr). Il suo vice era Elio Quercioli”. A Palazzo Marino, guardando dalla postazione del sindaco, la destra sedeva alla sua sinistra e viceversa. Ed è ancora così: “Erano sedute molto calde – ricorda De Corato – come Msi eravamo fuori da ogni tipo accordo. La nostra era un’opposizione dura, come facciamo ancora adesso”.

La giunta di Tognoli era composta dal Partito Socialista, dalla Democrazia Cristiana, dai repubblicani, dai socialdemocratici e dai liberali. “Devo dire che Tognoli non era un sindaco fazioso come ci si poteva aspettare da esponenti di centrosinistra. Stesso discorso per il suo vice”, riconosce De Corato. Anche se “si capiva subito che c’era un accordo trasversale. Dentro la Dc l’opposizione la faceva solo Massimo De Carolis (della frangia più a destra della ‘balena bianca’, fu rapito dalle brigate rosse e gambizzato nel 1975, ndr). Era quello maggiormente schierato contro la giunta Tognoli”.

Insieme a De Corato, nel Msi, c’erano il famoso ‘barone nero’ Tomaso Staiti di Cuddia, l’avvocato Carlo Amedeo Gamba e Alfredo Mantica. “La nostra opposizione era senza sconti anche se Tognoli cercava di coinvolgerci. Mantica, per esempio, presiedeva la commissione sull’informatizzazione”. In quegli anni c’era qualcun altro che iniziava a muovere i suoi primi passi in Comune, Basilio Rizzo, l’ultimo baluardo della sinistra radicale milanese. Anche lui, dopo 38 anni a Palazzo Marino, ha fatto sapere che non si ricandiderà, lasciando il testimone all’architetto Gabriele Mariani, candidato alle comunali con la compagine ‘Milano in Comune’. “Non era molto acceso, ma conduceva tante battaglie da sinistra. Mi ricordo una seduta d’aula infuocata. C’erano state alcune avvisaglie di tangenti e Rizzo fece un intervento molto duro nei confronti della giunta di centrosinistra. Insomma, non era uno che le mandava a dire”. A Milano “la sinistra governava dall’epoca del sindaco medico Pietro Bucalossi – prosegue De Corato – al tempo erano molto influenti anche nella società oltre che in aula”.

Finiti i rampanti anni ’80, stava per arrivare l’uragano che travolse definitivamente la Prima Repubblica cambiando per sempre la storia del nostro Paese, Tangentopoli. “Si capiva che qualcosa stava succedendo, si vedeva. Un consigliere comunale della maggioranza mi indicò coloro che erano a libro paga di questo o di quello – va avanti l’attuale assessore lombardo alla Sicurezza – si sapeva tutto, era una storia che viveva in quell’aula. Non ci voleva una laurea per capire certe cose”. In questo contesto, continua De Corato, “ho cominciato a fare degli esposti sul Piccolo Teatro che è stato poi oggetto di arresti e indagini. Sono stato in procura diverse volte in quegli anni, c’erano magistrati come Ferdinando Pomarici (il pm ‘con la pistola’ come si diceva al tempo, ndr) e Francesco Di Maggio”.

E poi arrivò il fatidico 17 febbraio 1992, giorno dell’arresto di Mario Chiesa, già assessore milanese ai Lavori Pubblici nel 1980 e all’Edilizia Scolastica nel 1985, e presidente del Pio Albergo Trivulzio. “Ma non ci fu meraviglia – spiega De Corato – con gli arresti capimmo che qualcosa stava finendo. Da lì diventò una cosa indescrivibile. Da sinistra dicevano che io conoscevo il magistrato Antonio Di Pietro ma io non l’ho mai visto, se non nel ’93 quando ero andato in procura a presentare un esposto”.

In molti “avevano capito che si stava avvicinando il loro turno. C’era un clima tremendo da resa dei conti. Basti pensare che in aula facevamo un appello alla mattina e un altro dopo pranzo per vedere chi era rimasto fuori dagli arresti e dalle retate”, ricorda De Corato. Una stagione “che per fortuna è finita” e che segnò per sempre la storia milanese e italiana: “Sia io sia Rizzo, insieme ad altri, fummo autori di una raccolta firme per chiedere lo scioglimento del Consiglio comunale. In quel modo non si poteva andare avanti”.

Qualcosa finiva, qualcos’altro nasceva. Sulla scena si stava destreggiando un noto imprenditore attivo nell’edilizia e nelle telecomunicazioni, Silvio Berlusconi. “Le avvisaglie per qualcosa di nuovo c’erano tutte. Quando arrivò Berlusconi una parte della Dc si era liquefatta e il Psi stava sparendo dalla politica. A Roma avevano tirato le monetine a Bettino Craxi. Anche i repubblicani ne risentirono”. In quel clima “di squagliamento dei partiti nacque Forza Italia. Si sentiva che stava arrivando un partito che raccoglieva tutto quello che rimaneva del centro”.

Ma c’erano anche altri che si affacciavano alla politica, li chiamavano inizialmente ‘i barbari’. Fu così che, capitanata da un giovane Umberto Bossi, arrivò anche la Lega. I risultati, specie a Milano, furono subito ottimi. Il ‘borgomastro’ Marco Formentini, come era soprannominato, sindaco leghista deceduto lo scorso gennaio, entrò a Palazzo Marino con una maggioranza assoluta, così ampia come mai era successo a Milano, subentrando all’ultimo primo cittadino socialista designato da Craxi, Giampiero Borghini.

E con lui faceva il suo esordio tra i banchi del Comune anche un giovane Matteo Salvini: “Ricordo che, salvo qualcuno, c’era una parte degli continua a leggere sul sito di riferimento