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Migranti, lo psicoanalista Thanopulos: “Chi si isola perde l’identità”

ROMA – “Più ci isoliamo e più perdiamo la nostra identità”. Con nove parole lo psicoanalista Sarantis Thanopulos, presidente della Società psicoanalitica italiana (Spi), entra nel grande tema delle migrazioni sempre più al centro dei vertici G20 e G7, dal Global Health Summit ai prossimi incontri tra i capi di Stato e di governo che saranno ospitati ancora a Roma dopo l’estate. L’argomento migranti “ci mette in difficoltà. Puntiamo tutto sulla tenuta dei confini perché la nostra è ormai un’identità statica: ha abolito il vero senso di identità, che nasce dallo scambio con altre identità, e si è chiusa al mondo”, spiega Thanopulos all’Agenzia Dire. “Non riusciamo a capire che sono le migrazioni a tenerci in vita, che la migrazione è un processo fisiologico come la circolazione sanguigna. L’Italia stessa è fatta di migrazioni”.

La pandemia avrebbe dovuto abbattere i confini, ma le disparità nelle somministrazioni vaccinali tra Paesi ricchi e poveri hanno invece alzato muri. “La pandemia è il risultato di una mancanza assoluta di politiche di prevenzione, che richiederebbero invece una collaborazione internazionale. Il Covid ci mostra che dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare e non sarà facile”. Thanopulos ne è sicuro: “La grande concentrazione della ricchezza e l’estrema ineguaglianza degli scambi creeranno un’ulteriore migrazione destrutturante, aggravata dalla distruzione del pianeta sul piano ambientale che renderà il fenomeno migrazione sempre meno fisiologico e sempre più difficile da affrontare. Abbiamo perso il senso della gestione – ripete lo psicoanalista – che non significa controllare l’esistente, ma immaginare il futuro e prepararsi per il futuro. Se continuiamo a difendere l’immagine che avevamo del mondo, rifiutando di trasformarla, il futuro si tradurrà in qualcosa di assolutamente imprevedibile. La pandemia cosa altro è se non un futuro minaccioso?”, domanda provocatoriamente lo psicoanalista.

Le difficoltà nascono quando le migrazioni “diventano un evento destrutturante che crea un senso di precarietà che porta gli Stati ad isolarsi, le persone a chiudere gli occhi e a cercare certezze, mentre la vita non è fondata sulle certezze bensì sulla capacità di gestire l’incertezza. Da qui derivano i proclami ‘Prima gli italiani, prima i greci o prima gli ungheresi’. Dichiarazioni ridicole dal punto di vista logico, perché se ognuno dicesse prima il mio Paese – evidenzia lo psicoanalista – ritorneremmo al diritto del più forte. Sarà primo, quindi, il Paese più spietato e con meno scrupoli. In questo clima non può crescere alcuna civiltà. È una prospettiva ottusa”.

Per il presidente degli psicoanalisti italiani la domanda da porsi deve allora essere un’altra: “Come gestire il fenomeno della migrazione e non come eliminarlo, perché è ineliminabile – ricorda – e più cerchiamo di eliminarlo, più diventa destrutturante. Purtroppo ci manca la capacità di gestire la migrazione per trarre vantaggio dalla sua potenzialità propulsiva. È un’oligarchia che muove il mondo, fatta di grandi ricchi che hanno accumulato enormi concentrazioni di ricchezze personali. Questa oligarchia non ha alcuna idea di come si governi il mondo, né ha interesse a farlo. Segue tutta un’altra logica, ovvero il suo interesse particolare che è l’espansione della propria ricchezza. In realtà, viviamo in un mondo che non ha un suo governo”.

Dall’incapacità di gestire l’incertezza all’identità difensiva. “Chiudendoci contraiamo i nostri spazi in termini di sentimenti, desideri e pensieri. Sul piano emotivo finiamo per privilegiare ciò che ci allontana dagli altri e le emozioni dominanti sono necessariamente violente”. Quando gli scambi sono “estremamente ineguali, basati sullo sfruttamento dell’altro, allora si rompe la possibilità di usare l’altro come modo di espandere la propria esperienza. Tutte le volte che gli scambi si sviliscono la xenofobia emerge. È la nostra reazione a uno spazio di relazione con gli altri – continua il presidente Spi – reso ignoto dalla rottura degli scambi, verso il quale non abbiamo ponti in termini di desiderio da costruire”.

Il desiderio non è qualcosa di cieco, ma qualcosa che vede le possibilità: “L’eros secondo gli antichi greci nasce da ‘Poros’, che non è solo la ricchezza ma indica anche il passaggio e le risorse creative, e Penia (la povertà). Siamo poveri senza l’altro, questa povertà muove il nostro desiderio e non si risolve mai con il possesso. Se quest’altro lo possediamo come se fosse un oggetto di nostra proprietà, non sarebbe più un oggetto desiderante e desiderabile, perché non espande la nostra esperienza ed esistenza. Quindi, la ricchezza in termini di possesso ci allontana dalla possibilità di vivere bene. Nel campo del desiderio siamo necessariamente poveri e mancanti, ma è la mancanza che ci spinge a cercare ciò che di significativo per noi esiste nel mondo. Poros ci indica proprio che sotto la spinta del desiderio e della ricerca dell’altro troviamo i passaggi giusti e sappiamo usare al meglio le nostre risorse. Senza la ricerca dell’altro siamo condannati alla pigrizia esistenziale, alla vanità dell’esistenza’.

L’identità difensiva conduce quindi verso una società depressiva e paranoide. “Un antico filosofo greco, Epitteto, ripreso nel suo lavoro sul totalitarismo da Hannah Arendt, parlava dell’uomo estraniato (eremos), colui che percepisce gli altri come estranei od ostili, e di conseguenza finisce per estraniarsi dal suo stesso contesto di vita. Non si tratta più di solitudine, sottolinea Arendt, ma di desolazione ed estraniazione – rimarca Thanopulos – sentimenti che purtroppo caratterizzeranno il nostro futuro. La più grande ostilità nasce dalla collisione casuale tra due entità che non si conoscono e non possono comunicare tra loro: da una parte il disinvestimento dell’altro provoca uno stato di depressione, dall’altra il percepirlo come ostile ed estraneo a noi, intrusivo, genera una dimensione paranoica. È un fenomeno allarmante, lo abbiamo visto in pandemia: ci sono tanti episodi che mostrano che questa dimensione di società depressiva paranoica è già presente tra noi”.

I capi di Stato e di governo come dovrebbero gestire, allora, il tema migranti/migrazioni? “È una pia illusione pensare di risolvere la questione mandando i migranti a casa loro per ‘aiutarli’ là, quando poi l’Occidente continua a sfruttare le risorse materiali dei Paesi eternamente in ‘via di sviluppo’, usando la clandestinità continua a leggere sul sito di riferimento