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Migranti, la volontaria: “Il centro per stranieri di Wedrzyn è la ‘Guantanamo polacca’”

ROMA – “Se nei boschi tra Polonia e Bielorussia i migranti vengono lasciati morire tra la neve, la situazione non migliora quando vengono rinchiusi nei centri per stranieri: ci riferiscono di celle sovraffolate e fredde, cure e assistenza legale negata, cibo e igiene scadenti al punto che gira la scabbia. Il peggiore di tutti è quello di Wedrzyn, che non fatico a definire la ‘Guantanamo polacca’. Le istituzioni internazionali e i giornalisti devono intervenire per documentare e porre fine a questa situazione”. Ad affidare l’appello all’agenzia Dire è una volontaria parte della rete di attivisti che in questi mesi forniscono supporto ai profughi in arrivo dalla vicina Bielorussia.

La volontaria chiede di restare anonima perché, spiega, “vorrei ottenere l’autorizzazione a visitare il centro e temo che, denunciando pubblicamente queste cose, possano negarmelo”. Non è la prima a dare l’allarme sui centri per stranieri, gestiti dagli agenti di frontiera, e in particolare su quello di Wedrzyn, cittadina a pochi chilometri dal confine tedesco: anche il deputato polacco d’opposizione Tomasz Anisko, del partito dei Verdi, citato dal portale InfoMigrants, a inizio mese ha definito il centro di Wedrzyn una “nuova Guantanamo”, riferendosi alla prigione che gli Stati Uniti hanno aperto in territorio cubano per rinchiudere persone accusate di terrorismo e complicità nelle stragi dell’11 settembre 2001. Il carcere americano è oggetto di gravi accuse, tra cui la violazione del diritto alla difesa dei detenuti. A Guantanamo nessun media e o osservatore ha accesso, e come Anisko ha riportato, nel centro di Wedrzyn entrare non è molto più semplice. Eppure, ha riferito il parlamentare, da un sopralluogo “è risultato subito evidente che le persone rinchiuse si trovano ad affrontare seri problemi, a cominciare dalla mancanza di accesso alle cure mediche”.

Denunce raccolte anche dalla volontaria, che alla Dire spiega che con le colleghe è in contatto, anche attraverso familiari all’esterno, con oltre un centinaio di persone rinchiuse a Wedrzyn. “Il fatto più scioccante- dice- è che la struttura, costruita a settembre scorso per effetto della crisi migratoria al confine, sorga a pochi metri da un campo per le esercitazioni militari. I migranti vengono svegliati dal fragore degli spari di pistole e armi d’assalto, che prosegue anche per tutto il giorno. C’è un poligono di tiro per i soldati, che compiono anche simulazioni con blindati e carriarmati. La maggior parte dei migranti proviene da Siria, Iraq, Afghanistan, Somalia o Eritrea, Paesi dove c’è la guerra o i conflitti. Esporli a rumori di questo tipo li costringe a rivivere esperienze traumatiche, è una vera tortura psicologica”.

Il centro di Wedrzyn accoglie i migranti la cui richiesta di asilo è in corso di valutazione, ma anche chi attende di presentare domanda, e che dovrebbe per legge restare per un massimo di 90 giorni. Secondo alcuni attivisti, a volte i giudici rinnovano oltre il termine tale detenzione, costringendo i migranti nell’incertezza. Ci sono poi profughi che sono stati arrestati al confine per reati che vanno dall’attraversamento irregolare delle frontiera a violenza contro pubblico ufficiale. Le persone si trovano quindi in uno stato detentivo a tutti gli effetti. La Guardia di frontiera sul suo profilo Twitter quotidianamente riporta i dati sui tentativi di ingresso dal confine bielorusso, dove a centinaia sono accampati all’aperto in condizioni estreme, e a volte riferisce di subire aggressioni con lancio di pietre. Ma neanche in queste zone giornalisti o osservatori indipendenti hanno accesso. All’interno dei centri, “le persone soffrono moltissimo, i diritti sono sospesi”, dice la volontaria, sostenendo che oltre alle condizioni “degradanti”, i migranti vivrebbero anche nella costante paura di essere rimpatriati con la forza. “Alcuni ci raccontano che gli agenti periodicamente chiedono di firmare dei documenti scritti in polacco e quindi incomprensibili alla stragrande maggioranza di loro. Chi firma dopo qualche giorno viene portato via e temiamo finisca sui voli di rimpatrio. La gente è terrorizzata: molti sono fuggiti dal proprio Paese perché a rischio violenze o peggio, morte”.

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L’ultimo episodio risale a ieri mattina: circa una trentina di persone sono state portate via dalla loro cella, ma sembra siano rimaste nel centro, redistribuite in altri blocchi. “Forse gli agenti dividono i gruppi quando si accorgono che si creano movimenti di protesta”, riferisce la volontaria. Questo luogo è stato già teatro di una protesta a fine novembre. La volontaria aggiunge: “Ieri mattina girava anche voce di un migrante che avrebbe perso la vita. Questo mette in agitazione tutti. Ma nessuna delle persone con cui siamo in contatto ha visto o capito molto con certezza”.

I profughi intanto lamentano l’impossibilità di accedere ai servizi medici. “Molti di loro- riferisce ancora la volontaria- hanno infezioni o eruzioni cutanee per via della sporcizia in cui vivono, ci sono anche le pulci. Alcuni si sono ammalati per il freddo, altri avevano patologie pregresse e non ricevono cure, come un migrante affetto da epilessia a cui da tre mesi non danno i farmaci”.

Si registrerebbero anche problemi gastro-intestinali a causa del cibo, che “non è buono, è scarso e poi mangiano carne di rado”. La stampa locale conferma che la spesa media per un detenuto nei Centri per stranieri della Polonia è di 9 zloty al giorno (pari a poco più di 2 euro) e che spesso i pasti base si compongono di verdure accompagnate da pane e formaggio. Per rispondere a questi problemi, spiega la volontaria, “inviamo regolarmente pacchi con cibo, abiti caldi e altri aiuti nel rispetto delle normative, ma poi i profughi ci dicono che i prodotti, che acquistiamo grazie alle donazioni e dovrebbero essere redistribuiti tra i migranti, sono confiscati dagli agenti a causa dell enorme anti-Covid. Gli stessi beni verrebbero poi smerciati all’interno del Centro a prezzi maggiorati”. La donna conclude: “È necessaria un’ispezione urgente del Centro affinché queste persone siano trattate da esseri umani”.
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