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Libano, Salamey: “Cresce la pressione dell’Ue su Beirut”

ROMA – “La stabilità del Libano è essenziale per l’Europa, in particolare per alcuni Paesi, come la Francia o l’Italia: c’è il nodo dei rifugiati siriani, c’è l’impegno di pace con la missione delle Nazioni Unite, c’è una comunità cristiana con legami storici con il Vaticano”. A parlare con l’agenzia Dire è Imad Salamey, professore di Politica del Medio Oriente all’American University di Beirut.

L’intervista si tiene dopo che, con una risoluzione approvata con 571 voti su 681 a favore, i deputati europei hanno denunciato le responsabilità di “fazioni” e “politici corrotti” per la crisi economica e sociale attraversata dal Paese e minacciato sanzioni mirate. Le accuse riguardano poi il rifiuto di “una maggioranza parlamentare” e di “alcuni ministri” di cooperare con la magistratura sull’inchiesta sulle esplosioni partite da un deposito di nitrato d’ammonio che il 4 agosto 2020 hanno devastato il porto della capitale e ucciso almeno 218 persone.

Secondo Salamey, non è un caso che il monito europeo sia giunto a pochi giorni dall’entrata in carica dell’esecutivo guidato da Najib Mikati, dopo oltre un anno di veti incrociati e stallo politico. “L’Unione Europea”, dice il professore, “è consapevole del fatto che solo esercitando una pressione costante sui politici libanesi può scongiurare il rischio di nuovi stop o arretramenti”. Imprenditore miliardario, già primo ministro nel 2005 e poi ancora tra il 2011 e il 2014, Mikati è stato designato dal presidente Michel Aoun dopo che Saad Hariri e altri candidati avevano gettato la spugna.

Il nuovo esecutivo è composto da 24 ministri e soprattutto tiene conto degli equilibri di affiliazione comunitaria tra sunniti, sciiti, cristiani e drusi che dalla fine della guerra civile combattuta tra il 1975 e il 1990 condizionano la politica libanese. Sul piano politico sarà chiamato ad adottare misure per contrastare quella che la Banca mondiale ha definito una delle crisi economiche e sociali più gravi di sempre.

Nella loro risoluzione, gli eurodeputati hanno contestato la mancata approvazione di un piano coordinato dal Fondo monetario internazionale. La loro tesi è che i dirigenti di Beirut abbiano respinto la proposta “per tutelare gli interessi delle banche libanesi”, anche bloccando un’inchiesta sulle attività della Banca centrale nazionale, mentre il suo governatore Riad Salameh resta indagato in Francia per riciclaggio di denaro.

Secondo il professore dell’American University, l’attenzione è anche sul percorso verso le elezioni legislative, previste nel maggio 2022. “L’Ue annuncia l’invio di osservatori per mantenere alta la pressione e impedire che il voto sia rinviato” dice Salamey. Convinto che l’allarme europeo si spieghi con la storia del Libano, non solo per la guerra civile ma anche per le crisi successive: da quella innescata dal conflitto con Israele nel 2006, sfociata nel dispiegamento di contingenti europei in Unifil, la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite, a quella tutt’ora in fase di emergenza, con l’accoglienza di circa un milione e mezzo di rifugiati siriani, che in nove casi su dieci vivono in condizioni di povertà.

“La politica qui è ‘inter-mestic’” sottolinea Salamey: “È allo stesso tempo internazionale e domestica, interconnessa, che si tratti dell’Europa o di altri attori, come la Siria o l’Iran, riferimento per gruppi e partiti che hanno peso, come Hezbollah”.
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