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L’attivista Haddad: “Le elezioni in Siria sono un insulto, chi non vota viene schedato”

ROMA – “Le elezioni presidenziali in Siria sono un insulto alle sofferenze dei siriani, sia i morti che i sopravvissuti in un Paese sventrato, che al resto del mondo. Un’elezione presuppone democrazia, libertà, partecipazione: ma oggi in Siria non esiste niente di tutto questo. È solo un atto arrogante di Bashar Al-Assad, che cerca legittimazione e intanto scheda chi decide di non votare”. Così all’agenzia Dire Sami Haddad, attivista e docente di lingua araba all’Università ‘L’Orientale’ di Napoli, fuggito in Italia dalla Siria nel 1982, all’indomani della repressione dei moti popolari che in quegli anni chiedevano la fine del governo del padre dell’attuale presidente, Hafez Al-Assad, salito al potere dopo un colpo di stato.

Stamani nella Siria controllata da Damasco si sono aperte le urne per scegliere il nuovo presidente e in lizza, oltre a quello uscente, due figure vicine ad Assad. Un appuntamento che per Bashar Al-Assad, secondo Haddad, serve a “far credere che la Siria sia un Paese normale: in queste settimane le autorità hanno organizzato feste e incontri con balli, canti, cibo e comizi. Ma chi ha deciso di non partecipare sa che verrà inserito in una ‘lista nera’ e subirà conseguenze: dalla perdita del lavoro, se è un funzionario pubblico, all’arresto”.

Anche personalità pubbliche e leader religiosi cristiani e musulmani, denuncia il docente, sono stati “invitati a partecipare o incoraggiare le persone ad andare alle urne”. Una pratica, secondo Haddad, molto usata in Siria dall’avvento degli Assad: “I cittadini sono sempre stati obbligati a partecipare a feste e parate”. E anche chi oggi sceglierà di non votare “sarà schedato”.

Per Haddad, l’appuntamento elettorale si tiene per un motivo preciso: riconfermare Bashar Al-Assad in carica prima che termini il suo mandato legale, violando così quanto disposto dalla risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. “Quella risoluzione- dice l’attivista- imponeva una road map precisa: prima bisognava fermare le operazioni militari, rilasciare i detenuti e favorire l’accesso agli aiuti umanitari per la popolazione. Solo allora si prevedeva la creazione di un esecutivo transitorio incaricato di definire una nuova Costituzione e quindi, nuove elezioni. Le elezioni indette da Assad stanno apertamente ignorando quella risoluzione”.

Sulle sfide citate dalla risoluzione si sono espressi vari report delle Nazioni Unite. Sebbene i combattimenti da quasi due anni siano cessati, l’Unicef a marzo ha denunciato che l’80% della popolazione siriana vive in povertà a causa delle conseguenze di dieci anni di guerra, che hanno lasciato economia e infrastrutture in ginocchio. Forti ancora le restrizioni all’accesso degli aiuti, nonostante la pandemia abbia inasprito ulteriormente la crisi economica.

Quanto ai prigionieri, sempre a marzo la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulla Siria ha denunciato che “decine di migliaia di civili detenuti arbitrariamente risultano ancora scomparsi, mentre a migliaia sono stati sottoposti a tortura e violenza sessuale o sono morti in carcere”. Violenze, queste, di cui è stato accusato anche il governo di Damasco.

Rispetto al processo politico che l’Onu ha cercato di avviare a Ginevra, Haddad denuncia i negoziati “paralleli” promossi da Russia, Turchia e Iran ad Astana e Sochi, che hanno portato alla creazione di un Consiglio costituzionale che però non comprende le voci autentiche dell’opposizione siriana democratica che si sono sollevate e strutturate in questi anni.

Mosca, Teheran e Ankara hanno svolto un ruolo in Siria, partecipando attivamente agli scontri e garantendo la permanenza di Bashar Al-Assad al potere, sottolinea il docente: “In questi anni non avrebbero potuto bombardare scuole, case, ospedali senza la complicità della comunità internazionale”. Sebbene ieri in una nota congiunta Stati Uniti, Francia, Germania e Italia abbiano dichiarato “illegittime le elezioni di oggi”, per Haddad non basta: “Al regime in questi anni è stato permesso di usare ripetutamente armi chimiche contro la popolazione”. Douma, la località dove stamani Assad e sua moglie Asma si sono recati a votare, nel 2018 sarebbe stata teatro del peggiore, con l’uso di gas sarin.

“La nostra speranza- dice Haddad- restano quei 18 ministri degli Esteri europei che hanno pubblicamente preso le distanze da Damasco, insieme ai movimenti di siriani democratici che in tutto il mondo continuano a chiedere la fine dell’impunità”. Tra questi ci sono coloro che a Coblenza, in Germania, sono riusciti a portare a processo due funzionari dei servizi segreti per arresti, torture e uccisioni commesse contro i manifestanti durante le proteste del 2011. Un procedimento che, secondo i giudici, mette alla sbarra l’intero esecutivo.
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