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Last but non least… la domanda rimasta nel cassetto per gli aspiranti sindaci

BOLOGNA – Domande, domande e ancora domande. Una campagna elettorale, oltre che di promesse e di progetti, è fatta anche di tante domande: è l’occasione di una ‘stagione’ particolare in cui si può chiedere e spesso ascoltare risposte che possono interessare tanti. In cui chi deve rispondere è spesso contento e bramoso di poter dire la sua: e così parare un colpo, lanciare un’idea, marcare una differenza, portare un gradino più su il dibattito, o distoglierlo.

E fare domande non è una questione semplice. Si dice che Enzo Biagi riuscisse a porle in modo che l’interpellato dicesse poi “tutto” ciò che pensava, e con “schietta semplicità”. Anzi, “come i pregi anche i limiti dell’intervistato vengono impietosamente a galla”, è stato detto dell’abilità del maestro del giornalismo italiano.

In questa campagna elettorale per le elezioni comunali ormai dietro l’angolo, di domande ne sono state fatte tante: in alcuni territori, peraltro, temi e proposte si sono presi la scena più di personalismi e ideologie. E questo non è proprio un dettaglio da niente, dato che si parla di comunità e di schiere di persone che si propongono avanti per prenderne le redini in un momento delicato e impegnativo. C’è forse una domanda che è però ‘rimasta nel cassetto’. Che ha senso forse ‘buttare lì’, come un romantico -ma non troppo illuso- messaggio in bottiglia alla vigilia del giorno del silenzio (elettorale). Una domanda che oggi si può ancora provare a fare e che da lunedì potrebbe essere meno “benvenuta”.

Come ha detto Mario Calabresi, “il potere non ha mai amato le intrusioni”. Le tollera forse un po’ di più in campagna elettorale, perché schivarle è meno agevole e meno strategico, ma una volta ‘salito al potere’, conquistato lo scranno… Ecco, sempre per dirla con Calabresi (che di queste cose parlava in un momento di attacco al giornalismo), il potere “ha sempre cercato di coprire e silenziare, ma oggi ha gli strumenti per mettere fuori gioco le domande”. E allora per i tanti aspiranti rappresentanti della società, sindaci in primis, resta una domanda che forse non c’è stato tempo e modo di fare nella tumultuosa cavalcata della campagna elettorale, ma che vale: e con l’informazione come la mettiamo? Quale impegno si prende chi si candida a guidare le comunità più vicine ai cittadini rispetto al ruolo e alla funzione che ha l’informazione?

“Il giornalismo, l’informazione che è la sua principale ragion d’essere, non si limita alla registrazione degli avvenimenti” e in una “società democratica, tanto più è avanzata, il giornalista non registra solo la notizia: le dà un senso, è un interprete privilegiato” esposto anche al “severo giudizio del lettore”, diceva Bernardo Valli. Ma se questa funzione è quasi tollerata e in un equilibrio di forze prima di un voto, ‘dopo’ le cose non stanno sempre così. E allora cosa promette chi si candida su questo? Perché a parole sono sempre e tutti per il bene e l’imprescindibile valore dell’informazione e del giornalismo, ma se gli pesti un callo, se esce una notizia (scritta correttamente, s’intende: non faziosa, non fake), meno ‘comoda’, meno rispondente alle attese, al gradimento personale, le cose cambiano e di parecchio. Quel riconoscimento di ruolo e di valore spesso ostentato va spesso a farsi benedire. Come diceva James Reston, columnist del Ny Times, i politici “non desiderano che raccontiamo tutto ciò che fanno”.

Specie nell’epoca attuale questo versante della politica non è cosa da poco, anche per chi amministra: “Oggi la comunicazione è dominata da una logica totalitaria secondo cui ‘il mio punto di vista’ costituisce l’unico possibile e vero, che non ammette alternative valire”, scriveva Giuseppe Riggio nell’editoriale di ‘Aggiornamenti sociali’ dal titolo “Ridare senso alle nostre parole”. Si applichi questo assioma a chi conquista il potere, a chi da lunedì sarà ebbro di vittoria e di conquista dopo tanta fatica… Ma “la comunicazione è un bene comune, socialmente rilevate essenziale per i singoli e l’insieme della società, oggi minacciato”. Per cui l’attenzione (politica?) da riservare all’informazione “non è fine a se stessa: prendersene e cura significa occuparsi della comunità, porre fondamenta perché possa esservi una società inclusviva, giusta e orientata al bene di tutti”. E ancora (sempre Riggio), “se l’atto di prendere parola” come faranno tutti i sindaci da lunedì legittimati dal potere democratico, “non si accompagna alla disponibilità e alla volontà di mettersi a confronto allora è condannato a diventare sterile”. Detto tutto ciò, c’è qualche promessa elettorale da fare su questo? Qualche impegno concreto da prendere, o da lunedì torniamo ad essere solo fastidiosi portatori di domande?

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