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L’esempio Lombardia è l’ultima speranza per riannodare i fili Pd-M5S nel Lazio

ROMA – È strettissima e molto difficile da percorrere. Ma ci sarebbe ancora una strada per tentare di ricucire lo strappo tra Pd e M5S e ricostruire così il modello del “campo largo” del centrosinistra del Lazio (che al momento vede anche i Verdi-Sinistra molto dubbiosi) distrutto dalla scelta del livello nazionale del Nazareno di accordarsi col Terzo Polo sul nome di Alessio D’Amato per le prossime elezioni regionali. A tenere in piedi le ultime speranze è l’esempio di ciò che sta accadendo in Lombardia, dove si andrà a votare un mese dopo rispetto al Lazio.

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Il coordinatore M5S, Dario Violi, ha detto che la situazione di quella regione è diversa rispetto a quella governata (fino alla scorsa settimana) da Nicola Zingaretti, dove pesa il tema dell’inceneritore di Roma. Insomma, in Lombardia, dove la sconfitta del centrosinistra allargato ai 5S è quasi certa, esiste ancora un margine per l’alleanza tra Pd e pentastellati, mentre nel Lazio, dove un accordo renderebbe più competitiva la sfida al centrodestra, tutto questo è precluso. Per quale motivo?

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Questo è stato il ragionamento, secondo quanto è in grado di ricostruire l’agenzia Dire, sottoposto dai livelli regionali del Movimento a quelli nazionali dopo avere letto le parole di Violi. La risposta, in linea con quanto detto da Conte in occasione della conferenza stampa di presentazione del libro di Bettini, è stata più o meno di questo tenore: “Il Pd non ha risposto alle questioni programmatiche sottoposte da Conte in conferenza stampa e il giorno dopo si è alleato con Calenda scegliendo D’Amato”.

Tuttavia, secondo quanto risulta all’agenzia Dire, uno spiraglio esisterebbe ancora. E sarebbe legato proprio a quelle risposte che Conte attende, a partire dal no all’inceneritore di Roma, che però non sembra più essere un tema, visto che lo stesso D’Amato ha detto chiaramente che se diventerà presidente del Lazio non prevedrà la costruzione di altri inceneritori e che quello di Roma fa storia a sé perché frutto di una decisione del commissario di governo Gualtieri. Ovvero ciò che il Pd del Lazio, che si è vista imposta la decisione sulla candidatura di D’Amato dal livello nazionale, Nicola Zingaretti e gli esponenti del M5S del Lazio ripetono da tempo.

Insomma, una risposta del Pd alle domande di Conte renderebbe più facile il livello dei pontieri 5S, e ce ne sono anche a livello nazionale, per evitare la rottura definitiva. Del resto lo stesso Nicola Zingaretti, parlando ieri alla trasmissione ‘Mezz’ora in Più’ ha detto chiaramente, dopo avere contestato l’ingerenza dei livelli nazionali su quelli regionali nella vicenda Lazio, che non intende arrendersi e continuerà a cercare di parlare con Conte.

Domani la direzione regionale del Pd ratificherà, salvo sorprese, D’Amato candidato unico del partito e l’apertura alle primarie. Ma in quella sede non è affatto escluso che qualche dirigente parli in dissenso, non tanto sul nome dell’assessore alla Sanità ma sul percorso che porterebbe alla sua “incoronazione”. A cominciare proprio dalla decisione di non “andare a vedere” il gioco di Conte. Non sfugge alle tante anime del centrosinistra che da una parte metà Terzo Polo non fa parte della coalizione (Azione è uscita prestissimo dal tavolo del centrosinistra e Calenda ha detto chiaramente che l’unico candidato per lui sostenibile è D’Amato) e dall’altra ricucire coi 5 Stelle aiuterebbe sia a riportare dentro l’Alleanza Verdi-Sinistra, al momento sul piede di guerra per il comportamento del Pd, che, a quel punto, a trovare una candidatura realmente competitiva nelle primarie.

Perché, come ha detto il vicesegretario del Pd Lazio, Enzo Foschi, “che il Pd voti tutto allo stesso modo sarebbe una rivoluzione culturale…”. Non è un segreto per nessuno che Zingaretti, non più tardi di una settimana fa, aveva battibeccato su Twitter con Carlo Calenda contestandogli l’imposizione del nome di D’Amato e che Daniele Leodori, vicepresidente della Regione e appartenente alla corrente franceschiniana di Area Dem, aveva avanzato in estate (ritirandola poche settimane fa) la sua candidatura alle primarie vincolandola all’esistenza del campo largo, proprio per marcare una differenza rispetto alla linea di D’Amato che, invece, è in campo anche senza i 5 Stelle.
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