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La richiesta delle ong per aiutare i migranti: “L’Ue deve creare una flotta di soccorso nel Mediterraneo”

ROMA – Avviare con urgenza un’attività di ricerca e soccorso (Sar) gestita a livello europeo nel Mediterraneo centrale per prevenire ulteriori morti. È la richiesta che arriva in una nota congiunta da Sos Mediterranee, Medici Senza Frontiere (Msf) e Sea-Watch, ong che hanno navi di ricerca e soccorso in mare. Le organizzazioni riferiscono che in cinque giorni la Geo Barents di Msf e la Ocean Viking di Sos Mediterranee in partnership con la Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, hanno salvato sedici imbarcazioni in difficoltà, mentre la settimana precedente la Sea-Watch 3 aveva soccorso cinque imbarcazioni per un totale di 444 persone. Mentre la Sea-Watch 3 il 30 luglio ha completato le operazioni di sbarco di 438 persone presso il porto di Taranto e la Ocean Viking il primo agosto ha fatto sbarcare a Salerno 387 donne, bambini e uomini soccorsi tra il 24 e il 25 luglio, la Geo Barents è ancora in attesa di una soluzione per i sopravvissuti soccorsi sette giorni fa.

In particolare, le ong domandano quindi agli Stati dell’Ue di mettere a disposizione una flotta adeguata di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale gestita a livello istituzionale, e che forniscano una risposta tempestiva e adeguata a tutte le richieste di soccorso, unitamente a una pianificazione degli sbarchi dei sopravvissuti. Le organizzazioni pongono l’accento sul fatto che senza la presenza di navi civili di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale, i bambini, le donne e gli uomini soccorsi durante queste operazioni di salvataggio sarebbero stati abbandonati al loro destino nelle acque internazionali al largo della Libia, sulla rotta migratoria marittima più letale al mondo dal 2014.

L’OPERATO DELLA LIBIA

Sos Mediterranee, Medici Senza Frontiere (Msf) e Sea-Watch continuano riferendo che il mancato impegno a livello europeo di un’attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale, oltre ai ritardi nell’assegnazione di un luogo sicuro di sbarco, hanno minato l’integrità e la capacità del sistema di ricerca e soccorso e quindi la possibilità di salvare vite umane. Le ong sostengono che, pur avendo sempre cercato di coordinare le operazioni, come previsto dal diritto marittimo, le autorità navali libiche non hanno quasi mai risposto, trascurando il loro obbligo legale di coordinare l’assistenza. Inoltre, quando intervengono e intercettano le imbarcazioni in difficoltà, le autorità libiche rimpatriano sistematicamente e forzatamente i sopravvissuti in Libia, un paese che secondo le Nazioni Unite non può essere considerato un luogo sicuro. Nonostante la grave mancanza di adeguate risorse per la ricerca e il soccorso in questo tratto di mare, le ong evidenziano che le persone continuano a fuggire dalla Libia via mare, rischiando la vita per cercare salvezza. Nella stagione estiva, quando le condizioni meteorologiche sono più favorevoli per tentare un viaggio così pericoloso, le partenze dalla Libia sono più frequenti ed è quindi necessaria una flotta di ricerca e soccorso adeguata.

LE MOTIVAZIONI DELLE ONG

Juan Matias Gil, capomissione Sar di Msf riporta che “Dall’inizio dell’estate, il team di ricerca e soccorso di Msf ha effettuato tre missioni in mare. Purtroppo, il primo salvataggio ha avuto esiti drammatici, con circa 30 dispersi e la morte di una donna. Le altre due operazioni sono state particolarmente intense: durante la prima abbiamo effettuato sei soccorsi in 12 ore, mentre nella seconda undici soccorsi in 72 ore, salvando un totale di 974 vite. Attualmente, dato lo stato di necessità, sono 659 le persone a bordo della Geo Barents, un numero superiore alla capacità della nave. Abbiamo continuato a ricevere richieste che erano rimaste senza risposta o ad avvistare barche in pericolo dal nostro ponte ed è nostro dovere legale e morale non lasciar annegare le persone”.

Xavier Lauth, direttore delle operazioni di Sos Mediterranee sottolinea che “Tenere le persone soccorse bloccate in mare per giorni in attesa di sbarcare in un luogo sicuro è un’ulteriore violenza imposta a chi è già estremamente vulnerabile. I sopravvissuti salvati dalla Ocean Viking negli ultimi sei anni hanno raccontato ai nostri team storie strazianti di violenze e abusi. L’ultima e unica speranza che hanno è quella di riuscire a fuggire dalla Libia, che spesso definiscono un inferno sulla terra, attraversando il mare a prescindere dai rischi che corrono. La rimozione di operazioni di ricerca e soccorso europei adeguati e competenti nelle acque internazionali al largo della Libia si è rivelata letale e inefficace nel prevenire pericolosi attraversamenti”.

Mattea Weihe, portavoce di Sea-Watch, denuncia che “Oltre a essere venute meno al loro dovere di soccorrere le persone in mare, le autorità europee ritardano spesso gli sbarchi. La lunga attesa non fa che stancare ulteriormente le persone soccorse: sono sopravvissute al Mediterraneo, ma invece di trovare sicurezza aspettano giorni di fronte alle porte chiuse dell’Europa prima che i loro diritti vengano rispettati”.
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