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La denuncia di Iran Human Rights: tre donne giustiziate in un giorno, una era una sposa bambina

ROMA – “Senobar Jalali, una donna afghana condannata a morte per omicidio, è la terza donna ad essere stata giustiziata in Iran il 27 luglio”. Lo rende noto in una nota sul proprio sito ufficiale Iran Human Rights che ha avuto notizia di questa esecuzione in una prigione di Teheran/Alborz. “La sua identità è stata accertata come Senobar Jalali ed è stata condannata a qisas (retribuzione in natura) per l’omicidio del marito. Il 26 luglio- continua l’organizzazione- è stata trasferita per l’esecuzione dal reparto 7 della prigione di Qarchak. L’agenzia di stampa HRANA, che per prima ha riportato la notizia della sua esecuzione, ha dichiarato che è stata giustiziata nella prigione di Rajai Shahr. Iran Human Rights sta proseguendo le indagini per confermare il luogo della sua esecuzione”.Continua Iran Human Rights: “Il giorno della sua esecuzione, anche altre due donne sono state giustiziate per l’omicidio dei loro mariti. La sposa bambina Soheila Abedi è stata giustiziata nella prigione centrale di Sanandaj e Faranak Beheshti nella prigione centrale di Urmia”.Secondo il rapporto di Iran Human Rights sulle donne e la pena di morte in Iran in occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte, “almeno 164 donne sono state giustiziate tra il 2010 e l’ottobre 2021. Di queste, sei erano spose bambine e una donna (Safieh Ghafouri ), era una aroose-khoon-bas, una sposa offerta da una tribù alla tribù avversaria per fermare lo spargimento di sangue”, continua la nota.

“All’interno del matrimonio stesso la donna non ha diritto al divorzio, anche nei casi di violenza e abusi domestici, nascosti nei codici culturali e nel linguaggio. Nel 66% dei casi di omicidio noti, le donne sono state condannate per aver ucciso il marito o il partner”.Secondo i dati raccolti da Iran Human Rights, “almeno 183 persone sono state giustiziate con l’accusa di omicidio nel 2021. Le persone accusate del termine generico di omicidio intenzionale sono condannate a qisas (retribuzione in natura) indipendentemente dall’intento o dalle circostanze dovute a una mancanza di grado in diritto. Una volta che un imputato è stato condannato, la famiglia della vittima è tenuta a scegliere tra la morte come punizione, diya (prezzo del sangue) o il perdono. Almeno 251 di cui 6 donne e 67 minoranze baluchi sono state messe a morte nei primi sei mesi del 2022. Si tratta del doppio del numero di esecuzioni nello stesso periodo del 2021, quando 117 persone sono state messe a morte”, conclude l’organizzazione umanitaria.
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