ROMA – In base a una decisione storica del Tribunale di Roma, un uomo è decaduto dalla responsabilità genitoriale a seguito del riconoscimento della violenza psicologica con cui vessava la moglie da anni. Episodi di denigrazione continua che avvenivano davanti ai figli e che sono valsi per l’uomo, dopo l’ennesima denuncia per stalking di novembre 2020, un rinvio a giudizio (ma il processo non è ancora arrivato ad una sentenza). “Grassa, brutta, stupida, schifosa di merda, pezzente” erano alcune delle minacce reiterate allo scopo di distruggere quella donna, mamma dei suoi figli. Insulti accompagnati dalla ‘promessa’ di toglierle i figli, dopo averla privata del mantenimento per oltre 3 anni. E a forza di sentire queste parole, i figli – in particolare il figlio più piccolo, che ha ormai 10 anni – avevano cominciato anche loro a insultare e minacciare la madre (fino ad arrivare a dirle “Ti spacco il cranio”), a disprezzarla e a voler stare con il padre. Per tutti questi motivi, i giudici del Tribunale hanno deciso che quella figura paterna fosse nociva per i figli e che la cosa giusta da fare fosse quella di revocargli la responsabilità genitoriale (fino a ora già sospesa in via precauzionale): dovrà stare lontano dal figlio e potrà incontrarlo solo in incontri protetti. Eppure, nonostante una decisione che si può definire storica da parte dei giudici, al momento tutto è ancora fermo: “La tutrice tarda nell’esecuzione”. Lo ha raccontato l’avvocata Marina Marconato, legale della mamma, un’insegnante romana di sostegno, sulla rivista Salvis Juribus.
UN DECRETO CHE SI SMARCA DAL PARERE DEI SERVIZI SOCIALI
Il decreto è il 16444/2022 “e può definirsi storico. Il Collegio- come riporta l’articolo sulla sentenza- dopo aver valutato gli atti penali, le relazioni che attestavano il malessere del fanciullo e l’immotivato odio contro la madre, dopo aver esaminato decine di documenti prodotti dalla donna ed attestanti la grave violenza psicologica subita, va contro il parere del curatore speciale e del Servizio Sociale, i quali da mesi consigliavano una conciliazione e la remissione delle querele, così come il padre insisteva avvenisse, ed emette il provvedimento di decadenza della responsabilità genitoriale del padre ritenuto figura pregiudizievole per i figli per la violenza psicologica e assistita agita contro la ex moglie ed i figli e dispone l’allontanamento del minore dal padre ed incontri protetti con lui”. Una decisione che arriva in assenza di una condanna penale, come sottolinea l’avvocata, e ribalta la vittimizzazione secondaria subita dalla donna invitata a più riprese a mediare con il suo carnefice.
“PADRE PREVARICATORE E VIOLENTO” È MODELLO NEGATIVO PER I FIGLI
Scrivono i giudici: “L’uomo pronuncia frasi minacciose e parole altamente offensive, in presenza dei figli, con una condotta di prevaricazione che, a prescindere dall’esito dei procedimenti penali pendenti nei suoi confronti, è pregiudizievole nei confronti dei figli e alimenta l’atteggiamento del bambino di profondo disprezzo nei confronti della madre incarnando un modello di violenza verbale, psicologica ed economica ai danni della signora, che l’oppositività relazionale del minore si è estesa ai membri della famiglia di origine materna, rendendo impossibile il collocamento presso altri familiari- considerate le richieste di rinvio a giudizio per maltrattamenti in famiglia e stalking; che il padre sottovaluta le difficoltà scolastiche del figlio evidenziate nella relazione dell’ASL Roma. Pertanto, posto che la responsabilità genitoriale era già stata sospesa con decreto provvisorio di questo Tribunale, per le ragioni sopra esposte, va ora dichiarata la sua decadenza dalla responsabilità genitoriale nei confronti dei figli testimoni delle vessazioni psicologiche a cui è stato sottoposto l’intero nucleo familiare. Quanto alla madre va evidenziato che, pur destinataria di costanti frasi ingiuriose e reiterati atteggiamenti svilenti da parte dell’ex marito e dello stesso figlio, non si è sottratta ai percorsi intrapresi, anche se dolorosi, pur di ripristinare il rapporto con il figlio”.
LA MADRE SI È ATTIVATA ALLA LUCE DEL MALESSERE DEL BAMBINO
Il caso era scoppiato nella sua gravità proprio quando la donna si era rivolta al tribunale per avere l’autorizzazione di un percorso di psicoterapia per il figlio di 8 anni che manifestava malessere, agitazione, fino ad aver minacciato di uccidersi con le forbici. La mamma lo aveva portato in pronto soccorso di un ospedale pediatrico pubblico della Capitale dove era stata prescritta la psicoterapia e parent training. Il padre, un avvocato benestante, si era opposto ridicolizzando i timori della madre. Allo stesso modo per diverso tempo aveva negato le difficoltà cognitive del primogenito, nato con un problema serio di salute.
Durante la CTU che interviene sul caso, di chiara impostazione pro-pas (alienazione parentale), come scrive l’avvocata “la donna continua a subire pesanti insulti e denigrazioni anche in presenza del consulente tecnico…Il comportamento riconducibile a violenza psicologica ed economica e di violenza assistita perdura, ma le prove via via depositate, non sono valutate dal consulente tecnico. Questi, senza descrivere in modo compiuto gli atteggiamenti di prevaricazione dell’uomo, si limita a brevi cenni circa i suoi tratti narcisistici di personalità e conferma che il minore presenta episodi di depressione che lo pongono a rischio di sviluppo di disturbi psicopatologici, concludendo per l’aumento dei tempi di permanenza del minore con il padre, omettendo le valutazioni sugli abusi”.
LA CTU E QUELLE VESSAZIONI IGNORATE
La CTU non avrebbe tempestivamente attivato un percorso di sostegno terapeutico a sostegno del bambino più piccolo sottoposto al trauma di questi atteggiamenti violenti che avrebbe poi egli stesso rivolto alla mamma con cui aveva sempre vissuto e che nella relazione del consulente viene descritta come una donna che “tende ad includere, a tenere a sé i figli. È apparsa una donna fragile- scrive il consulente- certamente in difficoltà nella gestione dei due figli maschi, che al momento cercano una maggiore presenza ed identificazione con il padre”. E non tenendo conto degli allegati di denuncia di violenza la CTU propone sostegno “alla conciliazione, ad entrambi i genitori, al fine di consentire una soluzione concordata del presente procedimento, nel quadro di applicazione della disciplina dell’affidamento condiviso”. L’affido condiviso, ribadisce Marconato, in un contesto di denuncia di violenza, con il quadro psicologico del figlio più piccolo molto preoccupante.
L’EMULAZIONE DEL PADRE VIOLENTO: INSULTI ALLA MAMMA
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