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In piazza a Roma per il Darfur: “Stop ai raid delle milizie”

ROMA – “I media occidentali parlano sempre di scontri fra clan e tribù ma in realtà quello che sta succedendo nel Darfur occidentale è molto diverso: le milizie vicine al governo golpista uccidono la popolazione locale senza ritegno, e basta”. Adam Nor, rappresentante della comunità sudanese in Italia, scandisce queste parole nella centrale piazza Esquilino di Roma accompagnato da striscioni e bandiere di un sit-in organizzato per richiamare l’attenzione su quanto sta avvenendo nella regione sudanese ma anche, più in generale, in tutto il Paese dal colpo di Stato militare dello scorso 25 ottobre.

Il golpe ha interrotto un processo di transizione democratica cominciato nel 2019, quando una rivolta popolare e un intervento delle forze armate misero fine a circa 30 anni di governo dell’ex presidente Omar al-Bashir portando all’instaurazione di un esecutivo misto, civile e militare. Quello, appunto, deposto dal colpo di Stato. L’attacco alle istituzioni sferrato dall’esercito ha contribuito anche a ridestare le tensioni nel Darfur, teatro di scontri e abusi, anche con una fase di guerra civile, fin dal 2003.

Nelle ultime settimane centinaia di persone sono state uccise nel Darfur occidentale, una delle tre regioni che compone lo Stato omonimo, in quelli che la maggior parte dei media descrive come scontri fra comunità arabe e non arabe. In settimana nei pressi della capitale dello Stato, Geneina, sono state uccise almeno 117 persone e bruciati oltre 15 villaggi. “È un costante tentativo di genocidio”, prosegue Nor, che è nativo della regione epicentro delle ostilità. “A condurre gli attacchi sono le Forze di supporto rapido (Rsf), che hanno integrato le milizie janjaweed e che ormai sono arrivate al governo, dove siede il loro leader Mohamed Hamdan Dagalo detto Dagalo, che è vicepresidente de facto. Rientra tutto in una prospettiva chiara dell’esecutivo”.

I janjaweed, i cosiddetti ‘diavoli a cavallo’, sono una milizia paramilitare ritenuta vicina al governo sudanese che si è resa protagonista di una serie di attacchi alla popolazione fin dal 2003.Se l’attivista sudanese vuole scardinare la logica “interetnica” che domina le interpretazioni più diffuse sulla situazione in Darfur, ammette che “fra gli obiettivi principali della milizia c’è la comunità masalit”, che vive nell’ovest del Sudan ma anche in Ciad. “È un comunità che vuole anche l’autodeterminazione, visto che la sua appartenenza allo Stato sudanese è figlia di un accordo siglato con Francia e Gran Bretagna addirittura nel 1919, l’intesa di Gilani, che deve essere rivisto”, aggiunge Nor, che indica la bandiera dei Masalit che sventola insieme a quella sudanese a Piazza Esquilino.

Il sit-in di Roma è stato organizzato il giorno dopo un’altra giornata di mobilitazione in Sudan, dove un manifestante ha perso la vita durante scontri con le forze di sicurezza. Sono in tutto 102, stando ai dati forniti dal Central Committee of Sudanese Doctors (Ccsd), i dimostranti uccisi dal 25 ottobre. Le proteste avvengono mentre i militari al potere, guidati dal generale Abdelfattah al-Burhan, hanno avviato almeno due canali di negoziati con politica, società civile e opposizione: uno è mediato da un “meccanismo tripartito” formato Nazioni Unite, Unione Africana e Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad), mentre l’altro da Arabia Saudita e Stati Uniti. Il primo è stato boicottato da una delle principali forze di rappresentanza dei movimenti della rivolta del 2019, le Forze di libertà e cambiamento (Ffc), che hanno deciso di partecipare a un incontro supervisionato da Riad e Washington. “Molte delle figure che siedono a questi tavoli sono espressione della vecchia classe politica sudanese, che in un modo o nel’altro sta in piedi da 30 anni e più”, denuncia alla Dire Ismail Mohamed, altro rappresentante della comunità sudanese in Italia.

“Noi stiamo solo con chi manifesta in piazza”, prosegue l’attivista, che poi dice della comunità internazionale: “Dovrebbe avere una posizione molto più chiara, a partire dall’Onu, e usufruire della propria forza per mettere paletti seri ai militari, invece di avere un atteggiamento ambiguo e di accogliere le loro richieste”. Mohamed poi “ringrazia chi è qui con noi a Roma per manifestare e per stare dalla parte della pace e della democrazia”. Si aggiunge Nor: “Il mondo, e anche l’Italia, non devono dimenticare il Sudan. Noi siamo i primi a schierarci contro la guerra fatta in Ucraina ad esempio, ma questa non deve diventare una scusa per ignorare alcune complesse situazioni che ci sono in Africa”.
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