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Il welfare e le donne. La libertà inizia dentro

Si è appena concluso il FestivalFilosofia dedicato alla libertà. Una parola viscerale, altamente divisiva soprattutto in questo tempo storico, invocata e negata, violata e osannata. La filosofa Chiara Saraceno ha parlato, nella sua lezione magistrale, di un nuovo welfare che faccia diventare cruciale la cura, che la tolga dal solo ambiente domestico e dalle spalle delle donne e che la collochi al centro del sistema pubblico. E’ così che le donne si affrancherebbero, sarebbero libere di desiderare cosa fare e chi essere e la società intera ne guadagnerebbe.

Un discorso che in Italia sentiamo da generazioni e che ora il Family Act vorrebbe tradurre in fatti. Se è importante che il welfare cambi e offra garanzie tangibili in questo senso è altrettanto decisivo che le donne siano pronte a cedere questo lavoro storico che è sempre stato di loro esclusiva competenza. Dare libertà alle donne deve andare di pari passo con la scelta personale della libertà: chi essere, come essere. Affrancarsi da alcuni modelli rigidi, assecondare le proprie inclinazioni, la propria identità, fare i conti con un pluralismo dell’esser femminile e del materno che spesso viene occultato come se ci fosse un unico tipo umano, un solo paradigma d’esser mamme. E chi l’ha detto? Che per essere mamme dovete prendere i figli all’ora di pranzo e guai al tempo pieno, lavorare da casa per preparare un sugo e uno spuntino, non fare una riunione di sera o viaggiare poco? Che piaccia o no gira ancora una consuetudine indotta e spesso le donne si ritirano nelle retrovie anche a fronte di competenze maggiori dei propri compagni. O lasciano che sia la busta paga a decidere. E la frustrazione di quella donna che ha studiato e si è preparata a lungo per lavorare meno delle attese? Perchè se ci si realizza solo curando la prole, magari una non faceva master in giro per l’Europa, specializzazioni e corsi di lingua per ritrovarsi a viaggiare nel quartiere della propria città.

Esiste insomma una prigionia mentale che finisce con il rendere insostenibile ogni conciliazione, spesso anche disponendo di aiuti esterni e servizi. Non c’è il generale senza il particolare. Il welfare che mette al centro della società la cura ha bisogno di uomini e donne diverse. Il particolare è la storia della singola donna, la sua libertà individuale, il suo desiderio. E un po’ di sano coraggio per assecondare la propria identità sfilandosi dai clichè, dal solo potere delle consuetudini, interrogando se stessa con meno riguardo al controllo sociale. Perchè la libertà inizia dentro.

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