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“Il prossimo sindaco sia capace di ‘perdere’ tempo per ascoltare tutti”, l’idea di don Martino a #mandaloadire

GENOVA – “Spero che il prossimo sindaco di Genova sia un uomo che abbia la capacità di perdere tempo. Questo va un po’ contro San Tommaso che diceva che se uno è santo, preghi per noi, se uno è dotto, ci insegni, se uno sa governare, governi. Credo che l’unico modo per governare una città sia certamente avere una squadra operativa, ma saper ‘perdere tempo’ con la gente perché il sindaco è il punto di comunione, il punto di incontro delle esigenze e delle diversità”. Parola di don Giacomo Martino, parroco di Santa Caterina da Genova e San Tommaso, responsabile diocesano di Migrantes e cappellano del carcere di Pontedecimo.

“Soltanto chi ha il coraggio di ascoltare tutti può davvero provare a fare la sintesi che è necessaria perché questa città sia nuova, una città davvero superba”, aggiunge il sacerdote. E’ lui l’ottavo protagonista di #mandaloadire, la rubrica dell’Agenzia Dire dedicata alle elezioni amministrative che il prossimo 12 giugno chiameranno alle urne il capoluogo ligure.Agli occhi di don Giacomo, oggi Genova è “superba, accogliente e fragile. Qualcuno potrebbe dire che sono parole quasi contraddittorie, ma -spiega- Genova è superba perché superbamente bella, ma è superba anche in determinati atteggiamenti poco capaci di fare rete insieme ad altri. Però, è anche accogliente: non tanto in termini di turismo -molti ricorderanno la famosa battuta della torta di riso finita- ma è una città che ha imparato a essere accogliente verso le fragilità degli immigrati, a cominciare da quelli del Sud Italia e di tutto il mondo. È una città che, nel silenzio, sa accogliere, conscia della sua fragilità: questo, a volte, è anche un grande valore perché, nel momento in cui sai di essere fragile, non monti in cattedra e cerchi di capire che l’accoglienza deve poi diventare inclusione”.

Accoglienza è anche la parola da cui don Giacomo riparte per descrivere la città che spera per il futuro. “Voglio allargare questo termine perché una vera accoglienza è un’accoglienza capace di inclusione, che riesce a dare di più di quello che è semplicemente un letto e un posto per dormire”. Genova deve anche essere “nuova, cioè capace di progettare. Il papa, più volte, parlando di dell’accoglienza dice che, nel momento in cui accolgo, la persona accolta vive le mie dimensioni, le mie tradizioni e le mie leggi, ma io stesso mi trasformo in quella persona, io da quella persona raccolgo cose nuove importanti, che mi porto dietro”. Infine, solo apparentemente un po’ a sorpresa per uno che spesso è stato bollato come prete di sinistra, “Genova deve essere una città sicura”.

Nei dettagli, però, arriva la spiegazione: “Abbiamo bisogno di strade sicure, ma non attraverso pattugliamenti di polizia, bensì attraverso una gestione delle fragilità, un’accoglienza di chi da solo non ce la fa, economicamente e culturalmente, che deve essere aiutato a diventare parte attiva, parte responsabile della nostra città. Questo è l’unico modo per rendere le strade sicure”.

Gira attorno al concetto di accoglienza anche la risposta su una cosa da mantenere e una da cambiare dell’ultimo ciclo amministrativo. Per il sacerdote, infatti, va “sicuramente mantenuta la generosità, lo sforzo nel dare uno spazio abitativo, a cominciare dalla crisi afghana per arrivare a quella ucraina, ma anche nel tentare di intercettare e sistemare appartamenti per quanti troviamo senza casa nelle strade della nostra città”.

Da cambiare, invece, l’approccio alla “gestione della città, della polis”, che per don Giacomo deve partire “dalla gestione delle fragilità perché una città non si gestisce semplicemente facendo funzionare ciò che già funziona, ma dando il giusto supporto a chi è più fragile perché diventi veramente parte attiva della nostra città. Questa è un’attenzione che credo sia estremamente importante in qualunque persona sia chiamata a governare una comunità”.Seguendo il fil rouge delle fragilità, si arriva anche alla proposta per rilanciare Genova dopo gli anni della pandemia. “Si rilancia scoprendo che dalle fragilità emerse abbiamo compreso anche tante capacità e risorse- afferma- bisogna imparare a mettere insieme le cose, a non essere più dei perfezionisti, a pensare in modo nuovo. Una tragedia come quella della pandemia può diventare una grande occasione per questa città di ripensarsi e di riscoprirsi sulle nuove opportunità che vengono fuori da tutto ciò di negativo che la pandemia ha disegnato”.

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