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25 Maggio 2021
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25 Maggio 2021

Docce e case rifugio per migranti nella bolla di Tuzla: “Venite a difenderne i diritti”

TUZLA (BOSNIA ERZEGOVINA) – “We are graduate, we are graduate”, ripete uno dei tre ragazzi pakistani: siamo diplomati, abbiamo studiato e se abbiamo lasciato il nostro paese è perché “lì non c’era lavoro. Il mio sogno? Un futuro migliore”, va dritto al punto parlando in inglese; preparare la strada e far arrivare la famiglia. Ma nel ‘mezzo’ c’è la Rotta balcanica. Mentre lo racconta al centro diurno di Tuzla, città bosniaca gemellata con Bologna, arrivano un algerino, due giovani del Marocco e un ragazzo dalla Libia: hanno alle spalle 10 ore di cammino, parlano poco. Sono qui, al centro gestito da Emmaus Bosnia, perché sanno di poter fare una doccia, avere vestiti puliti e da mangiare. “Ho visto persone arrivare qui come loro senza essersi potute lavare per tre-quattro mesi”, racconta la volontaria che assieme ad una collega gestisce la struttura: una casetta di due piani e un garage convertito per le docce, poco fuori la città. È meglio in posizione decentrata: altrove, un struttura così, al primo ‘problema’ rischierebbe lo stop. E invece è un servizio molto utile assieme alle due safe house per i migranti in cammino sulla Rotta.

A Tuzla ci sono questi due ‘appoggi’ per chi da Sarajevo si incammina verso il confine con la Croazia puntando il cantone di Una Sana. In un anno oltre 80 hanno fatto capolino al centro diurno aspettando l’occasione per ripartire, magari nascosti in un camion, vivendo per strada o in case diroccate. È più facile aiutarli se vengono qui (dove ogni giorno arrivano 20-30 persone): andare a distribuire cibo dove si rifugiano non è molto ben visto. “Arrivano in tre o quattro, in condizioni orribili”, racconta l’operatrice di Emmaus Bosnia, mentre coinvolge i giovani volontari della piattaforma ‘Bologna sulla rotta’ nello scegliere vestiti puliti per i quattro nuovi arrivati. Sono i sei ragazzi bolognesi, durante la seconda tappa (Tuzla appunto) del viaggio che ha portato il primo carico di aiuti umanitari, impegnati a distribuire ai migranti abiti puliti ma anche a chiacchierare con chi è già più abituato a utilizzare questo servizio. Come uno dei tre pakistani seduto al tavolo con in mano il ‘cestino’ per il cibo. Lui ha un ‘record’ da raccontare: “Ho provato il ‘Game’ 40 volte, non sono mai riuscito. Si vede proprio che non sono ‘bravo’…”, dice con un sorriso. Ad ogni modo assieme ai due connazionali, arrivati dalla Grecia, “proviamo a passare dopodomani” la frontiera. Ma come sapete che è il momento ‘buono’? “Dobbiamo provare”. Perché restare incastrati in mezzo a un paese straniero è impossibile. “Actually they don’t have any rights”, spiega l’operatrice di Emmaus Bosnia: quasi nessuno chiede asilo di fronte alla prospettiva di rimanere in un limbo di due anni. “An horrible situation. They need advocacy”. Senza informazioni, senza diritti “c’è gente che sta un anno sospesa”. Chi arriva ha tre giorni per trovare un indirizzo da fornire alle autorità ed essere così ‘riconosciuto’ con documenti. “Ma sono spaventati, non vanno dalla Polizia” e difficilmente trovano qualcuno che gli offra un recapito da fornire alle autorità. Un’associazione che prova ad aiutarli c’è ma “non ce la fa, c’è troppa gente che chiede informazioni”.

“Ecco, se io potessi- dice ai volontari bolognesi Lejla Smajic, responsabile dello sviluppo dei progetti per Emmaus- proporrei ad un’associazione che si occupa di diritti, anche italiana perché no, di venire qua: noi potremmo fornirle supporto nell’aiutare i migranti a chiedere il riconoscimento dei loro diritti. Serve chi abbia competenze su questo, unite a grinta ed entusiasmo”. Assieme alle docce, al cibo e a tutto il resto serve e tanto anche l’advocacy lungo la Rotta balcanica.

Saranno anche migranti, “ma sono persone con competenze, ingegneri, laureati, professionisti, anche intellettuali… ma tutto questo qui non si vede. Non c’è dialogo, non c’è la politica, non c’è la volontà dell’Europa…”, dice l’operatrice del centro diurno aprendo le braccia alle eventuali disponibilità di chi volesse venire dall’estero a darle una mano nella gestione del centro; si può rimanere per tre mesi, e a Emmaus dei rinforzi non dispiacerebbero affatto.

Nella Tuzla gemella di Bologna peraltro sono attive anche due safe house, molto importanti soprattutto per le famiglie in transito. Qui trovano “rest and basic informations about rights”, appunto: possono rimanere due settimane per ricaricare le forze prima di di proseguire.

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