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Dieci anni per non sbagliare: la sfida, anche filosofica, al largo di Venezia

BOLOGNA – “In due modi si raggiunge Despina: per nave o per cammello. La città si presenta differente a chi viene da terra e a chi viene dal mare”. È una delle ‘città invisibili’ di Italo Calvino: città ‘di confine’ tra mare e terra. Ed è una romantica suggestione che sembra abbastanza richiamare uno dei luoghi -ancora immaginati e da immaginare- che rappresenta una delle sfide del presente e del futuro. È della settimana scorsa la pubblicazione del bando del concorso di idee per realizzare una soluzione off-shore per far fermare le grandi navi da crociera e i cargo merci fuori dalla laguna di Venezia. Ci vorranno 10 anni e forse anche di più. E non è detto che di ‘soluzioni’ sull’acqua, fuori da Venezia per preservarla, non ne esca dal cilindro più di una: una per le grandi navi e l’altra per i container. Mica male come sfida: costruire in mezzo al mare non certo un’altra ‘città’, ma uno spazio speciale ‘di confine’ dove far sbarcare visitatori e passeggeri, o le merci, per farli re-imbarcare e portarli a destinazione… ‘Suona’ come qualcosa di più che inventarsi una ‘banale’ piattaforma. Se si pensa alla tormentata e lunga storia del Mose, si comprende che per Venezia si apra un percorso niente affatto scontato. Ma il punto è che appare decisivo.

La pubblicazione del bando di concorso è una scelta: la ‘soluzione’ da cercare è quella e dalla capacità di realizzarla passa un pezzo di futuro. “Il progetto che scaturirà dal bando dovrà essere realmente innovativo e sostenibile per traguardare l’attività portuale nel 21esimo secolo”, spiega il presidente dell’Autorità portuale, Fulvio Lino Di Blasio. E aggiunge il ministro Enrico Giovannini: il concorso di idee sui punti di attracco delle grandi navi e dei portacontainer fuori dalla laguna di Venezia “è un passaggio determinante per individuare la migliore soluzione strutturale ed evitare danni alla città e al suo patrimonio artistico, culturale, paesaggistico e ambientale”. Servono “soluzioni” per “contemperare l’esigenza di tutelare Venezia e la sua laguna con la necessità di non penalizzare le attività commerciali e il turismo che alimentano l’economia regionale e nazionale”.

Non è peraltro indifferente notare che il giorno dopo l’annuncio del concorso è risuonato un altro allarme: le Agenzie per la protezione dell’ambiente (Snpa) e l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), con altri istituti ed enti di ricerca, hanno certificato che “particolare attenzione merita il caso di Venezia” dove si verifica un fenomeno combinato di innalzamento del livello del mare e abbassamento del livello del terreno. Le variazioni del livello del mare, che “costituiscono fonte di preoccupazione per le conseguenze sulle coste”, sono fenomeni “continui e appaiono ad oggi irreversibili”. Ecco che allora proprio il mare diventa il campo per tentare di ‘risolvere’.

Tutto l’insieme dice che questa ‘opera’ per Venezia, questa strana ‘costruzione’ che -si potrebbe dire- “si presenta differente a chi viene da terra e a chi viene dal mare”, ma che conviene a entrambi (salva la città, ma anche la sostenibilità dei suoi traffici economici), rende quel ‘pezzo’ di mare uno dei luoghi che ‘parlano’ al nostro presente ponendo l’urgenza di agire. E non solo una questione tecnica. Il suo bello è che potrebbe essere pure filosofica.

Se volessimo piantare una tenda, dice il filosofo Michael Brataman, docente universitario a Stanford, e “se fossimo dei, potremmo semplicemente proclamare ‘che tenda sia’, perché compaia. Ma naturalmente il nostro agire non è di questo tipo. Per noi piantare una tenda richiede tempo” e nei vari stadi dell’attività che si protrae nel tempo -secondo la sua teoria- matura e pesa una “comprensione di ciò che si è fatto prima e di ciò che si farà dopo se tutto va bene” e una dimensione sociale (che è il concorrere di più attori allo scopo). Che sono ciò che distingue da un agire basato solo su desiderio e credenza (bevo, perché voglio dissetarmi e credo che la acqua disseti). E dunque stavolta se davvero così tanto può cambiare da questa opera, il tempo necessario deve diventare un modo, per una volta, di arrivare puntali alla soluzione del problema riuscendo a fare in modo che vada bene al cammelliere e al marinaio di Calvino che arrivano da direzioni diverse, ma ugualmente sanno che l’approdo funziona perché frutto di uno sforzo che per dirimere un problema ne risolve anche altri. Se il cambiamento climatico è già iniziato, quel tratto di mare lì dirà quanto siamo bravi a stare al passo.

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