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Crisi in Kazakistan, l’oppositore Bilunov: “Putin è un pragmatico, non vuole l’impero”

ROMA – “Vladimir Putin è un pragmatico e non crede affatto di poter restaurare un impero; piuttosto si serve della nostalgia per i tempi sovietici come di uno strumento per manipolare l’opinione pubblica”. Denis Bilunov, già direttore a Mosca del movimento di opposizione Solidarnost e fondatore del Partito 5 dicembre, parla con l’agenzia Dire nel giorno dell’inizio dei negoziati a Ginevra tra Stati Uniti e Russia. In agenda, nella città svizzera, c’è anzitutto l’Ucraina. Nelle settimane scorse Washington ha accusato Mosca di aver concentrato migliaia di truppe in prossimità del confine, alimentando il timore di un’invasione a circa otto anni dal conflitto innescato dalla rottura tra Kiev e i separatisti dell’est del Paese.

Putin è tornato invece a denunciare i rischi di un’espansione della Nato a oriente, anche attraverso le “rivoluzioni colorate”, vale a dire i rovesciamenti di governi in quello che la Russia considera il suo “blizhnee zarubezhe”, l’”estero vicino”. Sui colloqui al via oggi si allunga però anche l’ombra della crisi in Kazakistan, un’altra repubblica ex sovietica. Ieri nella capitale Nur-Sultan il ministero dell’Interno ha riferito che dopo quasi una settimana di proteste, disordini e violenze sono state arrestate circa 8mila persone. Oggi il presidente Kassym-Jomart Tokayev ha affermato che “i fatti di inizio anno fanno parte di un piano preparato da molto tempo” e portato avanti da “militanti armati con l’obiettivo di sovvertire l’ordine costituzionale, distruggere le istituzioni di governo e prendere il potere”.

Sempre oggi ha parlato Putin. La sua tesi è che il Kazakistan, il Paese ex sovietico più grande con l’eccezione della Russia, ricco di idrocarburi e di uranio, sia vittima di “un’aggressione del terrorismo internazionale”. Ad Almaty, la città principale, sarebbero entrate in azione “bande di uomini armati con esperienza di combattimento” e “addestrati in centri all’estero”. Putin ha anche detto che la Russia non tollererà più “rivoluzioni colorate” sullo stile di quella in Ucraina nel 2004. Sulla base del Trattato di sicurezza collettiva, uno strumento multilaterale adottato nello spazio post-sovietico dopo la fine dell’Urss, Mosca ha riferito di aver inviato in Kazakistan un contingente di paramilitari con lo scopo di proteggere “siti essenziali e infrastrutture sociali”.

Secondo Bilunov, la situazione nel Paese resta “confusa”. A pesare è la mancanza di movimento unitario di protesta e la presenza invece di più gruppi, eterogenei tra loro e con motivazioni differenti. “La contestazione è cominciata nell’ovest, dove si concentrano i giacimenti di petrolio e dove solo la multinazionale americana Chevron ha fatto un investimento da 36 miliardi di dollari” dice l’oppositore russo. “A scendere in piazza per primi sono stati gli abitanti di Zhanaozen, una cittadina che dieci anni fa era stata teatro di uno sciopero e di una repressione che aveva provocato circa cento morti; la scintilla è stata l’aumento dei prezzi del Gpl, che colpisce sia i lavoratori dell’industria che trasportatori e lavoratori autonomi”.

Ad Almaty, capitale economica e baricentro politico del Kazakistan, situata circa 4mila chilometri più a est, si sarebbero innescate però anche altre dinamiche. “Sono arrivati gruppi che nessuno conosceva”, dice Bilunov, “armati e organizzati al punto da riuscire ad assumere il controllo dell’aeroporto internazionale in mezz’ora”.

A seguito di questi fatti, con l’accusa di tradimento, dopo che lo scalo è tornato sotto il controllo governativo, è stato arrestato il capo dei servizi di sicurezza Karmi Massimov. Secondo alcuni analisti, il dirigente è un alleato di Nursultan Nazarbayev, presidente del Kazakistan dalla fine dell’Urss sino al 2019. “Proprio Nazarbayev aveva incontrato Putin insieme con Tokayev a San Pietroburgo solo due settimane fa” riprende Bilunov.

“Dell’ex presidente, una figura chiave a livello nazionale, ora non si sa nulla dal 5 gennaio: è un mistero nel mistero”. L’intervista con la Dire si tiene al telefono da Praga. Nella capitale della Repubblica ceca Bilunov ha un incarico di ricerca all’università: sta realizzando uno studio sui fatti di Zhanaozen di dieci anni fa, con le proteste di piazza del 16 dicembre 2011 e gli spari sulla folla.
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