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Cop26, Kaluki (attivista Kenya): “Tutto bene, ma ora azioni concrete”

ROMA – La Cop26 in corso a Glasgow “per adesso sta andando bene, sia in termini di contributi della società civile, durante gli eventi a margine del vertice”, sia perché “sono stati raggiunti dei primi obiettivi, come l’impegno per mettere fine alla deforestazione entro il 2030”. Gli attivisti però “sono pienamente consapevoli del loro ruolo, che è quello di spingere i leader a fare ancora di più e di assicurarsi che le dichiarazioni si traducano in azioni concrete”. A parlare è Kaluki Paul Mutuku, attivista kenyano, co-fondatore del Kenya Environmental Activists Network (Kean), un’organizzazione nazionale che mette insieme diversi ambientalisti che lottano per la difesa dell’ecosistema e la sostenibilità.L’agenzia Dire lo raggiunge al telefono mentre si trova in Scozia per partecipare ai lavori della 26esima Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, appunto la Cop26.

L’intervista si svolge quando Kaluki sta per unirsi al corteo di attivisti che si è svolto nel centro della seconda città della Scozia, in quella che si può considerare un’edizione speciale del ‘Climate strike’ che gli studenti delle scuole medie e superiori organizzano ogni venerdì in tutto il mondo da diversi anni. L’attivista kenyano, 28 anni, nativo della capitale Nairobi, fa il punto sulla situazione. “Mi pare che stia andando bene sia perché ci sono molti contributi fonte di ispirazione da parte della società civile nei tanti eventi laterali – afferma il cofondatore di Kean – sia perché sono stati annunciati degli impegni importanti”. Due su tutti, evidenzia l’attivista: “Mettere fine alla deforestazione entro il 2030, anche tramite lo stanziamento di fondi da 14 miliardi di sterline”, quasi 16,5 miliardi di euro, “e poi – continua – da parte di 20 Paesi, l’impegno a fermare i finanziamenti pubblici a progetti legati ai combustibili fossili all’estero”.

Kaluki, che è anche direttore per l’Africa della rete internazionale di giovani ambientalisti Youh4Nature, afferma che la preoccupazione per i cambiamenti climatici è molto forte in Kenya. “La consapevolezza del rischio era già forte alla Cop25 di Madrid, nel 2019, soprattutto a causa delle inondazioni che avevano colpito il Paese e la capitale Nairobi, durante le quali c’erano state diverse vittime”, ricorda l’attivista. “Siamo stati poi colpiti dall’invasione di locuste che ha riguardato tutta l’Africa orientale, con danni alle coltivazioni e alle rendite dei contadini, ma anche dagli incendi: abbiamo visto davanti ai nostri occhi quali sono le conseguenze di questo fenomeno”.

Da qui l’urgenza di “monitorare i grandi della terra affinché queste dichiarazioni si trasformino in politiche, affinché i leader siano all’altezza delle loro promesse”. Al governo del presidente Uhuru Kenyatta, che era a Glasgow martedì nell’ambito del World leader summit , Kaluki chiede “di continuare a fare pressioni affinché la comunità internazionale si impegni per gli stanziamenti dei finanziamenti per il clima” ai Paesi in via di sviluppo, in linea con la quota dei 100 miliardi all’anno annunciati a Copenaghen nel 2009 ma mai ancora raggiunti. Il tema è al centro dei lavori della Cop26.

Il dirigente di Youth4Nauture esorta il governi di Nairobi a “dare seguito alla promessa di garantire una copertura forestale pari al 10 per cento di tutta la superficie del Paese entro il 2022”, annunciata dal governo del presidente Kenyatta sia nell’ambito del programma di sviluppo a 12 anni Vision 2030 che nella Nationally Determined Contribution alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che verrà esaminata a Glasgow come quella di tutti gli altri Paesi firmatari.

Lo scenario kenyano è segnato da alcune complessità. A luglio un’attivista 67enne che lottava contro lo sfruttamento di una foresta nelle vicinanze di Nairobi, Joannah Stutchbury, è stata uccisa da un colpo di arma fa fuoco. Kaluki afferma che “è molto triste aver perso una militante”, ma che il suo bilancio complessivo è positivo. “Questo brutto episodio non esaurisce tutta la risposta del governo, che sta comunque lavorando con la società civile per la giustizia climatica e la sostenibilità”, osserva il dirigente di Kean.

Kaluki, anche per questo, guarda al futuro: “L’attivismo è il linguaggio degli oppressi: continueremo ad andare in strada, a chiedere giustizia e a pretendere il coinvolgimento delle comunità nei processi decisionali”, afferma.
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