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Colombia, Beristain (Cev): “La pace richiede il riconoscimento delle vittime e la lotta alla mafia”

ROMA – “Sulla Colombia ci sono verità ‘scomode’: il narcotraffico, le reti mafiose, le tantissime vittime causate sia da guerriglieri e paramilitari che esercito e polizia, e poi la questione dell’impunità, delle uccisioni extra giudiziali. Ma per porre una volta per tutte fine al conflitto, bisogna riconoscere tutte le vittime, regolamentare il mercato della coca e porre fine agli attacchi alla magistratura che hanno causato oltre un centinaio di morti tra giudici e pm e soprattutto distruggere le reti legate al traffico di droga. Anche in collaborazione con l’Italia e la sua esperienza nella lotta alla mafia”, ha dichiarato all’agenzia Dire il commissario Carlos Beristain, responsabile del capitolo sui colombianiin esilio, illustrando le principali conclusioni e raccomandazioni elaborate dopo cinque anni di lavoro dalla Commissione colombiana per la verità (Cev), che tra le altre cose chiede la creazione di una Commissione nazionale e internazionale contro il narcotraffico, nonché un Comitato che per sette anni monitori l’attuazione le raccomandazioni stesse.

IL REPORT CEV

L’intervista al funzionario Cev avviene mentre alla Camera dei deputati vengono presentate le conclusioni del report di 7mila pagine realizzato per effetto degli Accordi di pace che nel 2016 l’allora presidente Juan Manuel Santos strinse con le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), per porre fine a cinquant’anni di guerra interna. Oltre 400 i funzionari che hanno lavorato al testo, decine le associazioni nazionali e internazionali coinvolte e 2mila le testimonianze raccolte tra i sopravvissuti e i leader sociali, in Colombia e in esilio, raggiunti in ben 24 paesi.

Carlos Beristain continua indicando il principale elemento emerso da tale studio: “In decenni di conflitto, oltre il 20% della popolazione – circa 9 milioni di persone – è rimasto vittima delle violenze di tutti gli attori in campo e oltre il 90% di questi sono civili. Si tratta di quasi mezzo milione di morti, 120mila desaparecidos, 50mila sequestrati, quasi 8 milioni di profughi, molti dei quali esiliati all’estero e di cui si parla molto poco. Ma i responsabili non sono solo guerriglieri e gruppi paramilitari, ma anche l’esercito e la polizia. La Colombia è un paese ferito e bisogna prenderne consapevolezza: la memoria dei fatti è troppo frammentata e di parte- avverte il commissario- c’è chi parla solo di ‘vittime delle Farc’ o di ‘vittime delle milizie’, ma se vogliamo uscire dalla guerra e ricostruire la convivenza, tutti i morti e i feriti vanno riconosciuti e ognuno deve assumersi le proprie responsabilità”.

In questo quadro, se da un lato bisogna condannare le stragi, i sequestri e i saccheggi commessi dalle guerriglie a partire dagli anni sessanta, per Beristain bisogna anche “riconoscere che gruppi paramilitari non solo sono stati un altro attore armato ma hanno avuto una relazione strategica con le forze militari dello Stato, e che la negazione di tale rapporto ha prodotto la metà delle vittime e una ‘strategia del terrore’ nelle comunità, ritenute complici delle guerriglie”. Tragico anche il capitolo sui “falsi positivi”, ossia la pratica di militari e polizia di far passare per guerriglieri comuni cittadini uccisi in vere e proprie “esecuzioni” che sono rimaste impunite.

Per Beristain è stata insufficiente anche la legge del 2006 che rese il paramilitariso reato, perché “si sono costituite altre strutture che mantengono le violenze, come ad esempio il Clan del Golfo”. Pertanto, il rapporto suggerisce di porre fine alla criminalizzazione dei contadini: la cosiddetta “guerra alla droga”, con cui l’ex presidente Ivan Duque ha potuto compiere fumigazioni aeree con il glifosato per distruggere i raccolti di coca, ha causato danni alla salute e all’ambiente e lasciato le comunità senza risorse.

Se è vero che “la vendita di droga ha finanziato le milizie”, Beristain evidenzia anche che “per i contadini la coca è stato il modo per inserirsi nel mercato, per ottenere il denaro con cui mantenere la famiglia, mandando i figli a scuola”, in un contesto in cui proprio la lotta per la terra ha infiammato uno dei conflitti più lunghi del mondo. Il narcotraffico ne è divenuto parte integrante e “anche politici e partiti se ne sono serviti per finanziare le campagne elettorali, soprattutto a livello locale” denuncia Beristain, che aggiunge: “insomma i soldi illegali finiscono nell’economia formale quindi il problema richiede un approccio diverso: si deve regolamentare il mercato illegale”, dirottando la vendita di coca “in settori come quello chimico o farmaceutico”.

Poi, “noi raccomandiamo di smantellare le reti mafiose, anche rafforzando la cooperazione con l’Italia in ambito giudiziario”. Il report suggerisce anche di trarre ispirazione dalla legge 109 del 1996 per il riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati alle mafie.

Infine, il rapporto consiglia politiche di lungo periodo per favorire lo sviluppo: “Il governo del neo eletto presidente Petro ha detto che userà il report come base per le sue riforme politiche e socio-economiche, e questa è una buona notizia, ma tale processo- conclude il funzionario- richiederà anni e bisogna coinvolgere tutte le componenti del Paese. Anche la comunità internazionale deve sostenerci facendo la sua parte”.
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