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Atterrati a Roma i primi rifugiati afghani. Sereni: “L’Italia non dimentica”

ROMA – “Benvenuti in Italia, welcome!”. Queste le parole con cui sono stati accolti i primi profughi afghani arrivati in Italia dall’Iran con i corridoi umanitari, grazie al protocollo siglato da Arci con il governo italiano nel novembre scorso. Un’iniziativa che ha coinvolto altre organizzazioni della società civile italiana tra cui Cei, Caritas, Federazione delle chiese evangeliche in Italia e Tavola valdese, per un totale di 1.200 posti, e che vedrà arrivare altre 300 persone circa entro agosto.

SERENI: NON CI SIAMO DIMENTICATI DI CHI DEVE FUGGIRE

A quasi un anno dalla presa di Kabul da parte dei guerriglieri talebani, il 15 agosto 2021, sono atterrati alle 13.30 all’aeroporto Leonardo da Vinci una ventina tra donne, uomini e bambini che ora potranno continuare a studiare o lavorare grazie ai Circoli rifugio di Arci in tre regioni italiane, che forniranno loro per un anno vitto e alloggio, corsi di italiano e tutto ciò che il processo di integrazione richiede.All’agenzia Dire la viceministra agli Affari esteri e la cooperazione internazionale Marina Sereni, presente in aeroporto per accogliere questo primo piccolo gruppo, ha dichiarato: “Siamo contenti che siano finalmente partiti i corridoi, un’iniziativa che abbiamo fortemente voluto con il Viminale anche per testimoniare che, a un anno dalla caduta di Kabul, non ci siamo dimenticati di chi deve fuggire perché vivere nel proprio Paese non è più sicuro”.

IL RUOLO DEI CORRDOI UMANITARI

Il protocollo prevede che i profughi partano dai Paesi limitrofi come Pakistan o Iran, e come evidenzia Sereni “questo è il primo ostacolo: le persone devono arrivare in sicurezza in quei Paesi, anche con mezzi propri, e faticare per ottenere i documenti per restare, in attesa dei corridoi”. Chi oggi ce l’ha fatta “ha sofferto, ma grazie all’aiuto delle organizzazioni della società civile italiana ora possiamo offrirgli un’accoglienza di lungo periodo”. Ma far arrivare i rifugiati direttamente dall’Afghanistan, come conferma la viceministra, “è molto più complesso, ma certamente ci sono casi che stiamo seguendo”. Sebbene il governo Draghi firmatario del protocollo sia ormai giunto al termine, sul futuro dei Corridoi la vicemnistra afferma: “Intanto facciamo arrivare queste 1.200 persone, sapendo che potrebbero essercene altre nelle stesse condizioni”.

Una situazione che ancora alla Dire il responsabile migrazioni di Arci, Filippo Miraglia, conferma: “Da agosto scorso abbiamo ricevuto oltre 3mila richieste di lasciare il Paese e crediamo che sia lo stesso anche per le altre organizzazioni che collaborano ai corridoi”. Oltre alla povertà dilagante, in Afghanistan oggi in molti vivono nella paura di subire le violenze dei talebani: si tratta di giornalisti, attivisti, magistrati, insegnanti, oppure ex funzionari del governo precedente o ex collaboratori delle organizzazioni di cooperazione straniere. Arci, spiega Miraglia, “ha deciso di dare precedenza alle donne e agli appartenenti alla comunità Lgbt”, tra i gruppi “più esposti alle violenze”. Un lavoro che deve però fare i conti “con tanta burocrazia, sia in Italia che nei Paesi limitrofi, dove se i documenti non sono in regola le persone rischiano l’arresto e di essere riportate in Afghanistan”.
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