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Attendeva l’assegno di invalidità, 26enne si dà fuoco in centro a Tunisi

ROMA – Neji Hefiane, un giovane di 26 anni, è morto in ospedale per le ustioni riportate dopo essersi dato fuoco nel centro di Tunisi per denunciare l’incapacità dello Stato di garantire aiuti economici alla popolazione, colpita dagli effetti della pandemia.

Come riferito da fonti di stampa concordanti, l’uomo proveniva dall’isola di Djerba, un tempo florida meta per i turisti stranieri, e ha pagato a caro prezzo la chiusura delle frontiere e le restrizioni ai viaggi seguite al Covid-19.

Hefiane soffriva di problemi di salute dopo che durante le rivolte popolari del 2011, all’età di 16 anni, era stato raggiunto da colpi d’arma da fuoco alla testa. Per questo, come ha confermato la famiglia, il ragazzo era in lista per ricevere un risarcimento da parte dello Stato, somma che però non gli è mai stata corrisposta. Sabato scorso, i testimoni sul posto hanno raccontato che Hefiane si è recato in avenue Habib Bourguiba, nel centro di Tunisi non lontano dai palazzi istituzionali, dove ha pubblicamente raccontato la sua storia per attirare l’attenzione dei giornalisti e denunciare così la sua situazione. Quindi, si è dato fuoco.

Il suo gesto ricalca quello di Mohamed Bouazizi, l’uomo che nel dicembre del 2010 per primo si dette fuoco per denunciare salari bassi, mancanza di lavoro e servizi, a fronte di corruzione diffusa in politica e nelle forze di sicurezza. Il suo gesto accentuò le proteste popolari che sfociarono in grandi manifestazioni di piazza che, internamente, segnarono la fine della presidenza di Zine El Abidine Ben Ali, e spinsero altri Paesi arabi a protestare contro i propri governanti, tra cui Egitto, Libia e Siria.

La protesta di Neji Hefiane arriva anche nel momento in cui la Tunisia attraversa una paralisi politico-istituzionale. Sempre sabato, a poche ore dalla morte del giovane, il presidente Kais Saied ha fatto sapere che un nuovo governo vedrà la luce “il prima possibile”, così come una riforma della Costituzione. Saied ha anche garantito che gli incarichi nel nuovo gabinetto andranno solo a “persone oneste”.

È dal 24 luglio, giorno in cui Saied ha licenziato il primo ministro e sospeso le attività del parlamento fino a “data da destinarsi”, che si attendeva un annuncio di questo tipo. Il capo dello Stato non ha tuttavia fornito una data per tali riforme, ma solo chiarito che “siamo alla ricerca delle personalità giuste che possano assumersi questa responsabilità”.

Ai media internazionali ha poi spiegato che intende emendare alcuni articoli della Costituzione del 2014 perché “le Costituzioni non sono eterne”, fermo restando che “la sovranità appartiene al popolo”. La riforma della Carta fondamentale sarà sottoposta a un referendum popolare, dopodiché entrerà in vigore e seguirà l’annuncio dell’esecutivo provvisorio. Nelle intenzioni di Saied, una volta riformata anche la legge elettorale, i tunisini potranno eleggere la nuova composizione dell’Assemblea unicamerale.

Il presidente ha giustificato l’apertura della crisi politico-istituzionale con la necessità di estromettere dal parlamento figure implicate nelle indagini per corruzione. La decisione ha attirato molte critiche, sia all’interno che all’estero, spingendo alcuni a denunciare un “colpo di stato”.
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