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Amazzonia, la lotta dei nativi Harakbut in un film del regista romano Alessandro Galassi

ROMA – I nativi del popolo Harakbut dell’Amazzonia peruviana, lo sfruttamento della terra e la violenza contro cui lottano. Ma anche la forza di uno sfondo spirituale e teorico comune che unisce la cosmovisione del popolo originario con l’ecologia integrale promossa da Papa Francesco, nell’ottica di andare verso una transizione che è più “mistica” che semplicemente ecologica. È il cuore di ‘Anamei, los guardianes del bosque’, film del regista romano Alessandro Galassi, presentato per la prima volta nella Capitale alla sede de ‘La Civilità cattolica’.

La pellicola, prodotta da Lum Artes & Mediose e distribuita da Mizagel Lab Distributore, segue attivisti e leader comunitari Harakbut nella loro lotta contro attività minerarie inquinanti e illegali, e mostra, fornendo il punto di vista di molti esponenti della delegazione di nativi, il sinodo per l’Amazzonia convocato dal Santo Padre nel 2017 e tenutosi a Roma nell’ottobre 2019. Un’occasione questa, per rilanciare i concetti centrali dell’Enciclica Laudato Sì, redatta nel 2015 e informata dal principio olistico di ecologia integrale che tanto somiglia all’interconnessione totale, cardine delle cosmovisioni native. A intervallare la narrazione, immagini animate del mito fondativo degli Hararkbut, salvati dall’albero Anamei dal grande incendio che distrusse il mondo.

Le concezioni animate dai protagonisti del film hanno toccato nel profondo l’autore della pellicola. “Questo film è stato un punto di svolta per me, mi sono avvicinato molto all’idea di ecologia integrale, al punto che ho anche riempito la mia casa di piante, quando prima non ne avevo affatto”, ha affermato Galassi prima della proiezione della sua opera.

Il regista ha sentito la necessità di recarsi nella foresta, e più esattamente nella regione peruviana di Madre de Dios, nel sud-est del Paese sudamericano, dopo aver documentato il Sinodo a Roma. Centrale per venire a conoscenza di questo evento, unico nella storia della Chiesa, l’amicizia col giornalista Iacopo Scaramuzzi, vaticanista e giornalista di Askanews, che seguì l’evento. “Pur avendo partecipato al Sinodo ho imparato molto da questo film, perché Galassi ha avuto il grande pregio di mostrare l’Amazzonia dall’interno, facendo luce anche su aspetti drammatici spesso rimossi”, sottolinea il cronista, anche in riferimento “alle immagini che mostrano un postribolo con prostitute minorenni in un villaggio di minatori”.

Aspetti complessi, come pure quelli emersi durante il summit in Vaticano, mostrati nel film. “A un certo punto alcuni esponenti dell’ala più conservatrice della Chiesa hanno fatto irruzione nella sala dei lavori, arrivando addirittura a prendere una statuina sacra portata dai leader nativi presenti all’incontro, per gettarla poi nel Tevere, in un atto simbolico di ‘liberazione’ dal presunto paganesimo entrato in Vaticano”, ricorda Scaramuzzi. “La risposta del Papa in quell’occasione fu di condanna chiara, ma andò anche oltre – prosegue il vaticanista -, ‘che differenza c’è fra i copricapo dei nativi con i tricorni indossati da alcuni prelati presenti qui?’, incalzò il Santo Padre”.

Il film, raccontando episodi come questi e altri, fornisce diverso materiale di indagine filosofica. Ne parla Maria Bianco, teologa e docente del ‘Centro Fede e Cultura Alberto Hurtado’ dell’Università pontificia Gregoriana. “Al numero 160 dell’enciclica Laudato sì il Papa ci chiede: che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo?”, afferma la studiosa, che prosegue: “È una domanda sull’oggi, che apre una riflessione dove il pensiero ecologico diventa anche una resistenza di fronte a un avanzamento tecnocratico dove la tecnologia è un problema, in quanto l’utilizzo che ne fa il soggetto è spesso mosso da volontà prometeica e da un pensiero egoico”.

A emergere con forza dal film quanto da alcuni dei passaggi chiave della filosofia del Santo Padre, è l’idea di interconnessione. “Non dobbiamo rinunciare all’idea di soggetto ma pensarlo al di fuori di una sovranità che lo vede protagonista assoluto”, argomenta Bianco, che conclude: “Un elemento importante è quello della contaminazione e del fatto che siamo contaminati gli uni con gli altri. Questo ci fa capire quanto siamo legati fra noi e, al contempo, vulnerabili”.
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