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Alzheimer, a Roma il convegno “Il declino cognitivo e le demenze. Il dovere di aprire nuove strade”

ROMA – Il 21 settembre 2023 è la Giornata mondiale dedicata all’Alzheimer. Tra le iniziative, in programma a Roma il convegno ‘Il declino cognitivo e le demenze. Il dovere di aprire nuove strade’. L’iniziativa è organizzata dal prof. Giovanni Capobianco, direttore UOC Geriatria Ospedale Sant’Eugenio Asl Roma 2, insieme alla Asl Roma 2 e col patrocinio della Regione Lazio.

Convegno tra i convegni, in quella che sarà sicuramente una ricca giornata di confronto sulla temuta malattia in tutto il mondo, l’ambizione del congresso romano, nelle intenzioni dei suoi organizzatori, è che mettendo insieme, come si farà il 21 settembre, il mondo dei professionisti del settore medico, della programmazione, delle istituzioni e del Terzo settore, l’immane lavoro portato avanti dagli operatori sanitari in tutti questi anni venga finalmente ‘compreso’, ma soprattutto ‘fatto proprio’ dalla politica. “Fino a qui infatti– sostiene il Prof. Capobianco– pazienti, famiglie, caregivers, medici, operatori, non sempre hanno potuto inquadrare i loro interventi di assistenza e cura in cornici organizzative comprensive”.

IN ITALIA SONO CIRCA UN MILIONE LE PERSONE AFFETTE DALLA MALATTIA

E invece c’è un’urgenza riguardo all’Alzheimer e al declino cognitivo, un’urgenza di fronte alla quale non è più possibile mettere la testa sotto la sabbia: circa un milione di persone in Italia oggi sono affette dalla malattia, transitando spesso tra l’altro per luoghi di cura, pensiamo ai Pronto Soccorso, dove le loro specifiche esigenze non sempre sono comprese e quindi soddisfatte. Anche tra gli stessi ricoverati in aree mediche negli ospedali, il 30% circa dei pazienti presenta sintomi di declino cognitivo e tuttavia non è supportato da un’assistenza specifica su questo. Per questo “servono strade nuove– aggiunge il Prof. Capobianco–, proprio come abbiamo indicato nel titolo del convegno. Alcune, almeno nella mia asl di appartenenza, la Asl Roma 2, sono state intraprese, come l’ospedale ‘virtuale’ realizzato con l’iniziativa Curare@casa, il team geriatrico in forza al Pronto Soccorso, la Fragility Unit, il Centro per i Disturbi della Memoria o l’Unità di Geriatria per Acuti presso il Day Hospital. Primi tentativi di una presa in carico più specifica e specialistica degli speciali e delicati pazienti affetti da demenza da Alzheimer”.

SPERIMENTAZIONI E NUOVI FILONI DI RICERCA FARMACOLOGICA

L’Alzheimer ad oggi non ha una cura, ma dopo un lungo periodo di stasi nella ricerca sui farmaci per la demenza, si assiste da qualche anno ad una ripresa delle sperimentazioni che ha aperto nuovi filoni di ricerca farmacologica, ancora controversi ma che rivelano una ritrovata attenzione da parte dell’industria farmaceutica. Accanto alla ricerca sul farmaco poi, non va dimenticata la ricerca clinica continua messa in campo dalle Unità Operative, come quelle della Asl Roma 2 che, quotidianamente, di fronte alle diverse esigenze di malati, famiglie e caregivers, sono sempre alla ricerca di terapie e strumenti nuovi da erogare sia in percorsi dedicati all’interno delle strutture che, ove possibile, a domicilio. “Le cure farmacologiche attuali– ha detto ancora il Prof. Capobianco– sono solo una faccia della medaglia. Un percorso di assistenza soddisfacente oggi per questa tipologia di pazienti deve necessariamente comprendere anche altri tipi di terapie – penso a programmi di stimolazione cognitiva, agli interventi multi-sensoriali, ad approcci incentrati sulla persona nella sua totalità, alle terapie occupazionali e riabilitative – perché possa essere assicurato loro un proiettato nel tempo e apprezzabile livello di autonomia, sia cognitiva sia funzionale. A beneficio e per la tranquillità anche di chi si occupa di loro. Negli ospedali e a casa”.

E poi c’è la tecnologia. L’innovazione in sanità va avanti da alcuni anni, ma è da ultimo che sta registrando veri e propri balzi in avanti nella formazione del personale sanitario, nella diagnostica, negli interventi, nella telemedicina. E anche nell’assistenza. Ecco qui , avverte Capobianco, la ricerca deve andare nella direzione dell’ ‘equilibrio’: “Va ricercato responsabilmente un equilibrio tra l’innegabile assist offerto dalla tecnologia per la diagnosi e cura anche delle persone affette da demenza e quella ‘misericordia’, tutta squisitamente umana, che sola assicura una autentica, empatica, vicinanza ai malati e alle loro famiglie da parte del personale medico e socio-sanitario, nel rispetto della persona. Questa caratteristica difficilmente potrà essere sostituita dalla migliore delle tecnologie applicate, oggi come in futuro”. “Altra cosa è l’aiuto che la tecnologia può offrire per una auspicata diagnosi precoce della malattia. In medicina il tempo è tutto, o almeno molto, tanto più in patologie come questa. Oggi la diagnosi precoce viaggia su marcatori biologici (prelievo del liquor cerebrospinale e più di recente semplicemente del sangue), ma anche su software sempre più precisi e sofisticati per le immagini di risonanza magnetica. All’Ospedale Sant’Eugenio dove opero ne abbiamo uno, il QuantibND, che misura l’ampiezza delle zone responsabili della memoria fornendo informazioni estremamente preziose per il complesso percorso di valutazione multidimensionale del paziente affetto da disturbo cognitivo”.

PREVENZIONE POSSIBILE

L’Alzheimer, inutile dirlo, è uno spettro che fa paura. Ma una prevenzione è in qualche misura possibile. Ad esempio, è ormai assodato che una attività cognitiva mantenuta anche dall’anziano protegge da vuoti e da perdite di memoria, così come sono certi i benefici di un’attività motoria costante per la prevenzione dei disturbi cognitivi. Accanto a questo la cura di altri deficit fisici, come quelli relativi al senso della vista e dell’udito e, soprattutto, le relazioni. Socialità vs solitudine, anche questo protegge dalla comparsa o almeno dal progredire dei sintomi dei disturbi cognitivi. Qui entrano in gioco anche cargivers e famiglie, certamente, ma come ribadisce ancora il Prof. Capobianconon c’è ad oggi una regia complessiva, da parte delle istituzioni preposte, di sostegno alle famiglie, sole a reggere un carico gravosissimo. Le leggi sui servizi ci sono, ma paradossalmente restano distanti dagli atti di indirizzo che dovrebbero favorirne l’applicazione. Uno stigma, lo stesso riservato ad altre patologie che minano la salute mentale, accompagna ancora la considerazione delle persone affette da demenza che, ad esempio, lungo i percorsi di valutazione per l’invalidità non sempre vedono riconosciuto quello che sarebbe un diritto sacrosanto ad un’assistenza compiuta e soddisfacente”.

Come si vede, diverse sono le angolazioni da cui indagare una malattia come la demenza da Alzheimer. Con il convegno del 21 settembre a Roma continua a leggere sul sito di riferimento