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Aifi e Paralimpiadi, il fisioterapista dell’Italia: “Così ci prendiamo cura di Bebe Vio e degli azzurri”

ROMA – “Attraverso lo sport riusciamo a far capire che una cosa vista come un difetto, come un’amputazione o una disabilità, diventa una cosa di cui noi andiamo fieri“. Parole e musica di Beatrice Maria Adelaide Marzia, per tutti Bebe Vio. La sportiva originaria di Venezia, 24 anni, si è messa al collo due medaglie nella scherma alle Paralimpiadi di Tokyo, una d’oro nel fioretto individuale e una d’argento nella prova a squadre insieme alle sue compagne Andrea Mogos e Loredana Trigilia, cedendo in finale solo alla Cina.

Al fianco di Bebe Vio e di tutta la Nazionale italiana di scherma paralimpica anche il fisioterapista Christian Lorenzini, senese di 33 anni, socio dell’Associazione Italiana di Fisioterapia-AIFI, da 10 al servizio della fisioterapia sportiva e specializzato in riabilitazione ortopedica. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente in occasione della Giornata Mondiale della Fisioterapia (che AIFI in Italia ha lanciato con lo slogan La Fisioterapia rimette in moto la Vita), per chiedergli quanto ci sia del suo lavoro nei successi conquistati in Giappone dalla scherma paralimpica azzurra.

Lorenzini mette subito le mani avanti. “Parlare di me è un’esagerazione – spiega – perché io dico sempre che noi addetti ai lavori, noi dello staff sanitario, siamo un po’ l’ultima ruota del carro. Siamo quelli che si alzano prima la mattina, quelli che vanno a dormire più tardi la sera ma dire che c’è una percentuale di nostro nelle vittorie è forse un po’ esagerato“.

Lorenzini aggiunge: “Facciamo la nostra parte, sicuramente ci mettiamo a disposizione massima degli atleti, quindi sicuramente una piccola percentuale di merito nostro c’è, ma gli attori principali, poi, sono sempre gli atleti e il merito va fondamentalmente tutto a loro“.

Eppure è difficile credere che nelle vittorie di Bebe Vio, portabandiera a Tokyo dell’Italia insieme al nuotatore Federico Morlacchi, il suo lavoro non rivesta molta importanza. Lorenzini afferma che “la risposta, bene o male, è la stessa data prima. Fondamentalmente Bebe ormai è conosciuta da tutti, non ha bisogno di presentazioni, né del mio aiuto, né tantomeno di altre persone, nel senso che è seguita da numerosi professionisti in molti campi“.

Il fisioterapista toscano – proprio oggi 7 settembre, giornata che AIFI dedica alla riabilitazione sportiva in seno alla Giornata Mondiale della Fisioterapia – precisa che “fondamentalmente è lei che molto spesso fa da attrice principale. Ed è proprio lei che ci aiuta in vari momenti, sia quando si tratta degli allenamenti sia quando si tratta delle gare, a dare un aiuto a se stessa”.

Tutto il mondo ha visto la gioia, le urla di felicità, le lacrime di Bebe Vio dopo la conquista della medaglia d’oro. Eppure in Giappone l’azzurra ha rischiato di non poter volare e non poter gareggiare insieme alla compagine italiana. Colpa di una infezione da stafilococco aureo. Una terribile storia raccontata dalla stessa campionessa veneta. Invece, nel giro di pochi mesi, la paura di nuove amputazioni che avrebbero potuto costarle anche la vita, Bebe Vio ha vinto la sua battaglia e poi, una volta in pedana nel paese nipponico, ha trionfato.

“Bebe ha sintetizzato in maniera molto sincera quanto le è accaduto- dichiara il fisioterapista AIFI – e ritengo che questo dia ancora maggiore risalto alla sua vittoria nella gara individuale ed in quella di squadra, proprio perchè, venendo da un periodo non facilissimo, ha dovuto rincorrere il tempo per prepararsi e per affrontare questa ulteriore sfida che, fortunatamente, è riuscita a portare a compimento”.

Nonostante la sua vita non sia stata certamente facile, Bebe Vio all’esterno appare come una ragazza sempre estremamente positiva, un sorriso perenne e contagioso. “Fondamentalmente- prosegue Lorenzini- lei si mette sempre a nudo, Bebe è ciò che vediamo, è lei e quello che rappresenta. E questa è la cosa che mi è sempre piaciuta. È una ragazza davvero molto schietta, molto sincera, le cose non le manda a dire e, a mio avviso, è un fatto estremamente positivo”.

Gli amanti della scherma, ma non solo loro, conoscono, più o meno, tutto ciò che riguarda la vita di Bebe Vio. Christian Lorenzini precisa però che “il mondo paralimpico, quello della scherma nello specifico, è pieno di racconti che possono davvero sembrare surreali, almeno inizialmente. Se però poi si conoscono i protagonisti e chi vi sta dietro, ci si rende conto che si tratta di storie straordinarie ma gestite come normalissime”. Il fisioterapista di Siena aggiunge che “questo rappresenta la vera forza dei ragazzi stessi, che hanno saputo affrontare in maniera esemplare le proprie difficoltà, le proprie storie, venendo fuori in una maniera che a un occhio esterno può sembrare veramente incredibile ma con una naturalezza che non ha davvero eguali. Ognuno dei ragazzi con i quali ho a che fare, ma anche con tutti gli altri atleti paralimpici, ha una storia, un percorso, e secondo me è questo che è straordinario e che, solo per questo motivo, deve essere premiato”.

Con Christian Lorenzini si discute inoltre delle eventuali differenze nel trattare atleti diversamente abili e lavorare come fisioterapista con atleti cosiddetti ‘normodotati’. Lorenzini risponde che questa “è una domanda che inizialmente mi sono fatto anche io quando mi sono avvicinato al mondo paralimpico. All’inizio ero un po’ spaventato perchè ancora oggi purtroppo la disabilità spaventa. Mi aspettavo situazioni molto più difficili, mentre a volte i veri disabili sembriamo noi ‘normodotati’. Gli atleti paralimpici, ma anche le persone disabili che non fanno sport, affrontano la vita in un modo tale che a noi può sembrare assurdo e paradossale. La differenza probabilmente consiste in chi approccia alla disabilità, cioè come si vuole vedere ed interpretare la disabilità. Io, sinceramente, approccio allo stesso modo: soprattutto con gli atleti, in particolare con quelli che hanno una certa esperienza, che sanno già cosa il loro corpo possa dare. E a volte sono loro stessi che ci insegnano che la disabilità non è un limite ma una caratteristica”.

Lorenzini prosegue affermando che “la differenza di approccio è sicuramente nel trattare determinate patologie, da un determinato punto di vista o da una certa angolatura. Ma in senso stretto non trovo una differenza, perchè le problematiche che possono essere muscolo-scheletriche in senso stretto, quindi gli infortuni, sono molto simili rispetto a quelli che possono avere atleti normodati dello stesso sport continua a leggere sul sito di riferimento