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Afghanistan, Ciarlo (esperto): “No disfattisimi, imparare le lezioni”

ROMA – Accordarsi sui tempi lunghi della “strategia dell’adozione” e non su quelli brevi dell”ansia da exit strategy”; livellare lo squilibrio tra costo delle operazioni militari e investimenti per lo sviluppo; evitare la promozione di modelli istituzionali “troppo rigidi e tagliati su esperienze e culture occidentali”. Sono alcune delle “dieci lezioni” che si devono trarre da quanto successo in Afghanistan, secondo Emilio Ciarlo, esperto di relazioni internazionali e sviluppo globale, e Arif Oryakhail, responsabile dei programmi sanitari dell’Agenzia italiana della cooperazione allo sviluppo (Aics) a Kabul. In un intervento pubblicato sull’Huffington Post gli autori tracciano un bilancio dei 20 anni della presenza occidentale in Afghanistan, tornato ad agosto sotto il controllo dei talebani. Ciarlo e Oryakhail scrivono a partire dalla premessa che “20 anni di Afghanistan e di cooperazione non sono buttati” e che “l’idea di sostenere, far nascere, proteggere la democrazia e il rispetto dei diritti dell’uomo non solo non è sbagliata ma si basa sull’universalità di questi valori, non sulla loro ‘occidentalità’”. Non si tratta infatti di “merci da esportare”, si legge nell’articolo, ma “di aspirazioni universali, condivise dalla maggioranza degli uomini e delle donne, compatibili con la maggioranza delle grandi culture”. L’esperienza afghana è stata segnata anche da errori, si evidenzia nell’intervento, ma da essa sono emerse anche “lezioni, severe, apprese”. Tra queste, secondo gli autori, il fatto che “dopo 20 anni non si può avere il bilancio di un Paese che dipende per il 75 per cento dagli aiuti internazionali”, che “la sua economia non può essere totalmente attaccata alle macchine della cooperazione internazionale”, che “i pericoli della ‘droga da aiuti’ – si legge – sono perniciosi e rendono insostenibile l’intervento e oggi drammatica la situazione (atteso un crollo del Pil del 20 per cento secondo Fitch)”.

Sull’altro piatto della bilancia però, evidenziano gli esperti, ci sono tre speranze per il futuro: “Milioni di ragazzi e ragazze formate alla scuola della democrazia; un cambiamento dei talebani, costretti ad affrontare una società diversa e più evoluta che nel 1994; le paure di Russia, Iran e Cina, non disposte ad avere una centrale di estremismo sunnita all porte di casa”. Ciarlo e Oryakhail, poi, ne immaginano una quarta. “Sarebbe bello – scrivono – se vi si aggiungesse la volontà dell’Europa e dell’Italia di non abbandonare il popolo afghano”.
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