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A Torino partono le Atp Finals: Djokovic all’esame dei giovani ‘maestri’, tra cui Berrettini

ROMA – Del triunvirato cannibale a questo 2021 è rimasta una sola bocca da sfamare. Il reduce di Federer e Nadal. Novak Djokovic, il numero uno al mondo. L’uomo da battere delle Atp Finals, per la prima volta in Italia. L’elastico umano tra due o più generazioni di tennis, a garantire un po’ di tradizione al Masters di fine anno. Un torneo da sempre nel limbo d’una gloria apparente: non uno Slam ma nemmeno un “povero” Master 1000. Un evento unico e non raro.

“Una festa di fine stagione” l’ha definita Ilie Nastase, che però la racconta come “una specie di gita di classe in giro per le capitali del mondo. La sera si usciva tutti insieme a cena. Ognuno aveva il suo stile, la sua personalità”. Mica come oggi che “a tennis giocano tutti uguale, sembrano macchine di Formula 1”. È il progresso, bellezza. Con tutte le accezioni del caso. Rigidità comprese. Stan Smith, un uomo che ha fatto la storia del tennis e delle calzature sportive, raccontava al Telegraph che il campo su cui giocò e vinse il primo Master della storia, anno 1970, pareva “assemblato con le costruzioni Lego, i pezzi di plastica che lo componevano si staccavano nel corso delle partite”.

Da domani, a Torino, parte tutto un altro show. Il torneo della democrazia, gestito più dalla forma di fine anno che dal blasone dei contendenti. Le Finals sono state vinte da nove giocatori diversi negli ultimi quindici anni. Un sunto perfetto della meritocrazia del Tour: un solo vincitore in più degli otto che si sono spartiti i 63 Slam disputati nello stesso arco di tempo. E che sia un’edizione di frontiera lo dice il parterre di giovani già “maestri”: Zverev (campione a 21 anni nel 2018), Tsitsipas (idem nel 2019) e Medvedev, che ha vinto lo scorso anno e che soprattutto è il grande villain dell’anno, l’uomo che ha tolto a Djokovic gli Us Open e il sogno del Grande Slam.

E poi c’è la quota-Italia. Per la prima volta c’è un tennista azzurro, Matteo Berrettini, qualificatosi per il secondo anno al torneo. Il numero 7 del mondo e vicecampione in carica di Wimbledon, peraltro. Ci sarebbe stato anche Jannik Sinner, se le macumbe italiane avessero colpito Tsitsipas, dato per infortunato al braccio e colpito da chissà quante altre patologie. L’altoatesino, numero 9 al mondo, volteggia su Torino da riserva.

Ma soprattutto, per la prima volta le Finals sono un’esclusiva europea: tra gli uomini si sono qualificati due russi, un tedesco, un greco, un italiano, un polacco e un norvegese. Per la versione Wta due ceche, due spagnole, una bielorussa, una greca, una polacca e una estone. E questo a smentire il luogo comune del tennis sport più globale di tutti. Un trend che ha a che fare col declino strutturale dell’impero americano (dopo Roddick il vuoto, più o meno) e con l’involuzione un po’ psichiatrica di gente potenzialmente fortissima come Kyrgios.

Le Finals sono il torneo più “pop” dell’anno, un oggetto difficilmente identificabile col metro del tennis ultra-conservatore. Un circo itinerante, da sempre precursore dell’innovazione a venire. Nella succitata prima edizione del 1970 – quella fatta coi pezzi di Lego – la formula prevedeva un girone all’italiana senza fase a eliminazione diretta. Una stortura, quasi una bestemmia per un gioco da sempre teso sul fascino della caduta di lì incombente. Cosa sono ‘ste perturbazioni pallonare. Ancora oggi resiste un po’ di quella impostazione iniziale. E nel 1970, mentre ancora il tie-break sbucava negli altri tornei, si sperimentava il killer-game sul 5-5. Djokovic è dunque il “grande vecchio”, sempre giovane. Il nume tutelare del tennis dei grandi, in attesa che il nuovo tennis trovi i suoi miti. Passando per le Finals di Torino.

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