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11 settembre, Rybin (Fergana): “Ora i talebani sono molto più forti”

ROMA – “Oggi i talebani sono molto più forti di quanto non fossero 20 anni fa, in Afghanistan e nella ‘ummah’ globale: per tanti musulmani hanno sconfitto i nuovi crociati”. A parlare con l’agenzia Dire è Aleksandr Rybin, giornalista e antropologo russo, già corrispondente a Kabul, ora columnist per l’agenzia di stampa centrasiatica Fergana. Al centro dell’intervista, gli sviluppi politici in Afghanistan, con l’attesa per la formazione di un governo dei talebani dopo il ritiro delle forze Nato, la caduta della capitale e infine della valle del Panjshir, la roccaforte di Ahmad Massoud.

A pochi giorni dall’anniversario degli attentati dell’11 settembre 2001 a New York e a Washington, Rybin abbozza però anche un bilancio della “guerra al terrorismo” e della strategia americana fondata sull’”esportazione della democrazia”. Secondo l’esperto, conoscitore di scenari asiatici e mediorientali di conflitto, dalla Siria al Xinjiang cinese, oggi gli Stati Uniti subiscono una sorta di contrappasso. Dopo gli anni dell’unilateralismo, con le invasioni dell’Afghanistan nel 2001 e dell’Iraq nel 2003 motivate con presunte complicità dei governi locali con gruppi terroristi, Washington fa i conti con la necessità di un’azione concertata a livello internazionale e con equilibri nuovi.

“Oggi la Russia è il Paese europeo in assoluto più in grado di tentare una mediazione con i talebani, auspicata dal G20, spingendo affinché a Kabul nasca un governo inclusivo che rappresenti tutte le componenti comunitarie e religiose” sottolinea Rybin. “Allo stesso tempo, bisogna tenere conto del fatto che Pakistan e Cina possono esercitare una pressione diplomatica significativa sui talebani”. Secondo Rybin, allora, “il modo migliore per favorire la nascita di un governo inclusivo e il rispetto dei diritti umani è un’azione congiunta da parte di Russia, Cina e Pakistan”.

Tra gli ostacoli da superare, come confermato dalla rivendicazione dell’attentato all’aeroporto di Kabul del 26 agosto, che ha provocato oltre 200 morti, l’attività del gruppo Stato islamico della provincia di Khorasan. Secondo Rybin, molti afghani considerano i suoi militanti come “stranieri”, con origini anche uzbeke, tagike o arabe, e giudicano con favore gli interventi di contrasto da parte dei talebani. È una conferma ulteriore di come l’invasione americana, decisa dopo l’11 settembre 2001 nonostante nessun cittadino afghano fosse coinvolto negli attentati, sia stata un fallimento. Ben al di là della caduta di Kabul il 15 agosto e del ritiro statunitense, completato il 31 agosto scorso: Rybin evidenza che i bombardamenti con vittime civili e gli errori di strategia della Nato hanno “rafforzato il sostegno popolare” dei talebani.

In Afghanistan, però, c’è anche altro. “Negli ultimi 20 anni nelle città più grandi, come Kabul, Mazar-i-Sharif o Herat, dove erano dispiegati i militari italiani, è cresciuta una nuova generazione” sottolinea Rybin. “Le ragazze ora sono più libere: molte non si coprono più il volto con i burqa blu secondo la tradizione delle comunità pashtun, base di supporto dei talebani, ma indossano solo l’hijab”.

Secondo l’esperto, queste giovani si impegneranno in forme di “resistenza pacifica” contro i talebani. “Già partecipano a iniziative pubbliche e diffondono appelli sui social network senza coprirsi il volto” sottolinea Rybin. “Parallelamente, sono cresciute persone che rispettano le donne, si vestono all’occidentale, amano l’arte contemporanea, hanno un approccio proattivo e non si sottomettono senza lottare ai voleri della famiglia come è d’uso nella società afghana tradizionale”.

Secondo Rybin, d’altra parte, “è ormai emersa tutta un’insofferenza verso signori della guerra ed elite al potere ormai da troppi anni, incapaci di porre fine all’instabilità e alla povertà dell’Afghanistan”. La tesi è che anche i talebani dovranno tenerne conto. “Ma attenzione” avverte Rybin: “I guerriglieri che hanno preso il potere oggi sono più forti di quanto non fossero 20 anni fa, anche sul piano militare e della repressione, perchè hanno a disposizione decine di migliaia di combattenti esperti e grandi quantità di armi lasciate dagli americani”.
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