Roma, 17 gen. (askanews) – Nonostante la promessa di vedersi
presto, a pranzo o a cena ad Arcore, per il momento un incontro
faccia a faccia tra Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni non è
ancora in programma, né lo è un vertice di maggioranza. Il
Cavaliere assicura lealtà al governo e alla premier, ma nel
frattempo Forza Italia continua a moltiplicare i fronti di
frizione: al pressing per un intervento sulla benzina ora si è
aggiunto anche quello per la proroga delle concessioni ai
balneari (il tema è stato oggetto di un incontro di maggioranza
questa mattina), ma anche l’evergreen richiesta di una stretta
sulle intercettazioni. Tema su cui il partito azzurro era
convinto di poter avere una sponda nel Guardasigilli, Carlo
Nordio, che proprio domani e dopodomani sarà al Senato e alla
Camera per la relazione annuale sullo stato della giustizia,
prima volta opera del nuovo Governo di centrodestra.

La presidente del Consiglio ha però imposto una decisa frenata, vuole prolungare l’effetto dell’onda lunga dell’arresto del boss Matteo Messina Denaro ed è convinta che un qualsiasi allentamento delle maglie, pur fermo restando l’uso per reati di mafia e terrorismo, in questo momento sarebbe sbagliato e darebbe l’immagine di un esecutivo morbido con la criminalità. La parola fine al dibattito, non a caso, la mette il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, meloniano di ferro.

“Le intercettazioni sono uno strumento essenziale per contrastare la criminalità. Con il governo Meloni, così come per il 41 bis, non verrà mai meno una normativa per contrastare la criminalità”.

Lo stesso Carlo Nordio alla fine è costretto a un parziale passo indietro: “Le intercettazioni sono uno strumento indispensabile per il terrorismo e la mafia, ma quello che va cambiato radicalmente è l’abuso che se ne fa”. Forza Italia insiste con il capogruppo alla Camera, Alessandro Cattaneo: “Nessuno di noi pensa di modificare le intercettazioni per reati di terrorismo e mafia, ma vogliamo dare uno stop ai troppi abusi che si sono verificati e che hanno rovinato persone e famiglie intere”. Se intervento sulle intercettazioni ci sarà, spiegano comunque fonti di maggioranza, per ora sarà al massimo per limitarne la diffusione sui mezzi di informazione.

Tuttavia, nello stesso giorno in cui Meloni dà mandato ai suoi di difendere a spada tratta l’immagine di un esecutivo ‘low and order’, alla Camera va in scena un pasticcio sui cui il partito è costretto a intervenire in corsa. In mattinata, infatti, le forze politiche hanno chiuso un accordo sui dieci nomi di laici da eleggere al Csm. Quattro sono in quota Fdi, tra questi Giuseppe Valentino, ex sottosegretario alla Giustizia, attualmente presidente della Fondazione Alleanza nazionale, tra l’altro caro amico di Ignazio La Russa. Ed è proprio su questo nome che il M5s solleva dei dubbi, decidendo di non votarlo. A pesare su di lui, un’indagine per reato connesso a quello di alcuni imputati nel processo ‘Gotha’ contro la ‘ndrangheta.

All’inizio Fratelli d’Italia sceglie di non presentarsi alla chiama ma di andare avanti sul suo candidato, che sarebbe stato peraltro destinato alla vice presidenza del Csm stesso. Alla fine, la decisione di cambiare il nome a votazione inoltrata con quello di Felice Giuffrè, professore di diritto a Catania.
Formalmente è lo stesso Valentino a ritirarsi, mentre tutto il partito lo difende. Sarebbe stata però direttamente la presidente Meloni a chiedere di togliere il nome dal tavolo, proprio per non prestare il fianco alle polemiche e dare al M5s un argomento per attaccare l’esecutivo sul fronte della legalità.