Milano, 10 gen. (askanews) – I carabinieri del Comando provinciale di Mantova hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 10 persone (una delle quali è ancora ricercata), per reati di corruzione aggravati dalle finalità di agevolazione mafiosa nell’ambito dell’indagine “Sisma” coordinata dalla Procura Distrettuale Antimafia di Brescia sulla ricostruzione post-terremoto 2012.

Il provvedimento è stato disposto dal Gip di Brescia e, sempre secondo quanto riferito dall’Arma in una nota, riguarda architetti, ingegneri, imprenditori e soggetti del sistema bancario (quattro posti in carcere e cinque ai domiciliari), accusati a vario titolo di “concussione, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, intestazione fittizia di società”, aggravati dalle finalità mafiose, per aver agevolato la cosca ‘ndranghetistica Dragone di Cutro (Crotone). Contestualmente agli arresti, i carabinieri hanno effettuato decine di perquisizioni in abitazioni e studi tecnici anche con il supporto della guardia di finanza di Mantova, delegata a riscontrare l’emissione di fatture per operazioni inesistenti.

I militari hanno spiegato che nella precedente indagine “Pesci”, i carabinieri di Mantova e la DDA di Brescia avevano rilevato gli interessi della cosca Grande Aracri nell’area Mantovana-Reggiana, “procedendo a numerosi arresti e condanne”, mentre con queste investigazioni “viene prospettata la rinnovata influenza, nella stessa area, della cosca Dragone, cui alcuni dei principali gli indagati sarebbero imparentati”. Al centro dell’indagine c’è infatti “il nipote di uno storico boss cutrese, pubblico ufficiale con la carica di tecnico istruttore presso i Comuni compresi nel cosiddetto ‘cratere sismico’ della provincia di Mantova (Poggio Rusco, Borgo Mantovano, Magnacavallo, Sermide e Felonica), con compiti istruttori, di verifica, di rendicontazione e di autorizzazione ai pagamenti dei contributi a fondo perduto stanziati da Regione Lombardia per gli immobili danneggiati dal terremoto del 2012”.

Sempre secondo l’accusa, “le diverse figure professionali, così come i beneficiari dei finanziamenti, si sarebbero interfacciati con il citato tecnico istruttore secondo un collaudato schema criminoso, consistente nella corresponsione di indebite somme (in genere pari a circa il 3% del contributo elargito), per garantirsi la trattazione della propria pratica in violazione dell’ordine cronologico e con aumenti (talora indebiti) dell’importo del contributo pubblico a fondo perduto, in un caso attestatosi a 950mila euro anziché 595mila come originariamente stabilito”. Le contestate ipotesi di concussione “prevedevano che il contributo pubblico venisse elargito ai richiedenti solo a condizione che costoro affidassero i lavori di ricostruzione a delle società facenti capo al citato tecnico istruttore e al padre di questi”. Le indagini avrebbero messo in evidenza “che tali società, che di fatto sarebbero state gestite dal padre del pubblico ufficiale, erano intestate a prestanomi per evitare il diniego di iscrizione nella cosiddetta ‘white list'”.

A carico degli indagati è stato disposto anche il sequestro “delle società fittiziamente intestate, delle provviste bancarie e di beni mobili e immobili per un valore di circa due milioni di euro, costituenti il ritenuto prezzo e il profitto dei reati contestati”.