Milano, 17 nov. (askanews) – Una pelliccia sul ballerino, un camice bianco e alcuni baffi per le personalità della regista Lucenti e una chitarra con una ricca pedaliera per il musicista: ecco che lo spettacolo Hamplet Puppet prende vita davanti al pubblico del Teatro delle Moline di Bologna.
Il tormento di essere rimasto, il tormento dei figli che sopravvivono ai loro genitori, che si ritrovano al buio a parlare con gli spettri dei loro abissi attraverso i ricordi di chi non c’è più, abbiamo notato questo durante tutta la performance di domenica ma, soprattutto, lo abbiamo colto nella corsa affannosa di Amleto.

Un racconto polifonico ma cantato da una sola voce, quella della Lucenti che, sfruttando la capillare propagazione del suono che esce dal suo diaframma, ha rivelato- attraverso le composizioni realizzate per lo spettacolo-, orrori di famiglia ora con il canto, ora con la recitazione.

La chitarra di Spaccamonti – a tratti simile a quella di Bill Frisell oltre allo stile di Nick Cave- ha par-lato insieme alla voce della Lucenti che a tratti ricordava quella di Nada, almeno nella sua estensione. Amleto ascoltava i racconti del fantasma di suo padre e non si dava pace: erede dei risultati dei tradimenti inflitti a chi c’era prima di lui, si muoveva e si dimenava per fuggire dalle colpe degli altri che, però, ricadevano ugualmente addosso; “vendicami” cantava lo spettro del padre e la chitarra faceva eco calma e provocatoria, senza lasciare scelta a Amleto che, con il suo corpo, ci comuni-cava la sua angoscia.

Con il calore della sua pelliccia, ci sembrava ingabbiato dalle parole che gli venivano buttate addosso senza chiedere il permesso e rimaneva nudo, poi e si nascondeva, senza più niente indosso, sotto quel che restava di quell’animale che un tempo viveva dentro quella pelliccia.

Si nascondeva Amleto per prendere fiato, per non ascoltare altro ma si riaffacciava chiedendo allo spettro di riapparire come a dire “Ora che me ne faccio di tutte le vostre colpe? Dimmi almeno cosa fare!” ma lo spettro ormai muto gli danzava davanti e la chitarra continuava ad andare avanti, indifferente, crudele.

Una performance di danza, canto, musica, videoarte e recitazione condensata in neanche sessanta minuti, prendeva vita dal buio e da quello che non c’è più che per esistere si nutriva dell’esistenza di chi è sopravvissuto e non ha scampo. Essere o non essere? Dire o omettere? Vivere o sopravvivere?
La bassezza dell’essere, finirà mai di macchiarci o resterà eternamente necessaria?